La Campania è una regione del Sud Italia, terza per numero di abitanti, la più popolosa dell’Italia meridionale e la prima per densità. Terra del mezzogiorno preferita dai turisti, si conferma sempre più una delle mete più ambite dagli stranieri. Incuneata tra il mar Tirreno, a ovest, e l’Appennino meridionale, a est, la regione confina a nord-ovest con il Lazio, a nord con il Molise e a est con Puglia e Basilicata. La Campania è prevalentemente collinare (50,8%), il 34,6% di essa è montuosa e il 14,6% pianeggiante. È sicuramente una delle pietre preziose del nostro Paese, essendo unna delle regioni a maggior densità di risorse culturali d’Italia, grazie ai suoi contenuti storici, artistici, archeologici, architettonici e religiosi. Un posto particolare, ovviamente, è ricoperto da Napoli, città dall’immenso e straordinario patrimonio artistico.

Quale colore abbiamo scelto per questa terra straordinaria? Ovviamente non potevamo tralasciare la buona cucina campana che, senza ombra di dubbio, è una delle più apprezzate al mondo, punta di diamante della dieta mediterranea consacrata dell’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità. Simbolo indiscusso della cucina campana è la tanto amata Pizza napoletana, ma c’è anche un’altro simbolo della cucina partenopea, la cui storia è iniziata stranamente da tutt’altra parte, dal nord della Francia.

Abbiamo scelto per la regione Campania, il marrone ambrato del buonissimo babà. Il babà napoletano è così tanto amato dai campani da essere entrato nel loro gergo. Si utilizza, infatti, pronunciare “si nu babbà” per dire a qualcuno che è un tesoro. La sua storia incomincia, come già detto, in Francia, precisamente a Luneville, in Lorena, non lontano dal confine con la Germania e il Belgio. Siamo nel Settecento e a Luneville abitava Stanislao Leszczinski, re polacco in esilio. La legenda narra che il sovrano, un giorno, bagnò con del madeira una fetta di un dolce austriaco, il kugelhopf. Leszczinski era un grande appassionato di gastronomia e il kugelhopf “ubriaco” da lui coniato venne migliorato con ben tre lievitazioni. Successivamente vi furono aggiunti uva passa, canditi e dello zafferano. La figlia del re Stanislao aveva sposato il re di Francia Luigi XV portando con sé, a Versailles, il tanto amato Nicolas Sthorer, il pasticcere del padre. Nel XVIII secolo, tra i nobili, aveva preso piede la moda del rum giamaicano che sostituiva il madeira. Così il rum venne usato per bagnare il Kugelhopf riscuotendo grande successo, ma al re polacco l’idea piacque molto poco. Qualche anno dopo, ultraottantenne, ne parlerà addirittura con Voltaire: “Ho diviso i giorni in ore e le ho riempite di emozioni, di cose degne di memoria, di cose fatte, ma anche di cose solo immaginate. Questo lasciamo di noi; anche l’Alì Babà. Non è cosa degna di un Re? Lasciamo questi pensieri ai cortigiani e agli intolleranti; a chi pensa di dedicare la vita alla carriera, a chi se l’accorcia al servizio di cose che credono di dominare e di cui sono solo le dileggiate e luccicanti vittime. A me invece ricorderà la luna turca della notte di Costantinopoli, mi porterà il sapore dell’amicizia con il Re di Svezia, e i canditi riproporranno l’eleganza e la preziosità dei vostri ragionamenti […] Lo scorso mese mi hanno presentato un Babà, così lo chiamano ora, talmente inzuppato di liquore che gli ho dato fuoco. Perde di leggerezza e di memoria”.

L’odierna forma a fungo con “turzo” e “capocchia” gli fu data proprio dal pasticcere Sthorer che, intanto, a Parigi aveva aperto una pasticceria. Con il tempo, dalla ricetta furono eliminati i canditi e lo zafferano. Ma come arriva a Napoli? La consorte di Luigi XVI, come tutti sappiamo, era Maria Antonietta. La sorella di Maria Antonietta, Maria Carolina d’Austria, era moglie del re di Napoli Ferdinando IV di Borbone. La regina portò nella città italiana di fine ‘700 specialità come la besciamella e il gratin e nel 1836 il Babà era già un tipico dolce napoletano, presente nel primo manuale di cucina italiana di Agnoletti. Alla fine del secolo, il Babà, diventa il dolce da passeggio della Napoli bene insieme al rinomato caffè napoletano.

 

 

Commenti

commenti