Forse non lo sapete, ma di mandala ne è pieno il mondo, fin da tempi antichissimi. Pensate alle pitture rupestri a forma di cerchio, a Stonehenge, all’architettura di molti templi antichi o ai rosoni delle chiese più belle che avete visto. La storia dei mandala è particolarmente legata all’Oriente, all’ambiente indu-buddhista, dove la costruzione di questo diagramma diviene momento di meditazione in contatto con sé e con le divinità. Ma allora come mai oggi, in Occidente, sentiamo la necessità di colorare mandala? Non certo perché lo psicoanalista svizzero C.G. Jung li ha studiati e introdotti nelle sue pratiche terapeutiche e nemmeno perché alcuni studi scientifici concludono che colorare contribuisca a rilassare la mente, abbassando i livelli di ansia e stress.

Credo che colorare i mandala abbia a che fare, molto più di ciò che si pensi, con la sua radice etimologica. Infatti, dal sanscrito, possiamo tradurre questo termine con l’espressione “contenitore dell’essenza“. O, in modo più semplice, con le parole centro e cerchio. Nel cerchio non c’è un inizio e non c’è una fine, c’è uno scorrere e un mutare infinito. E lungo la circonferenza, tutti i punti sono equidistanti dal centro, che è un punto di equilibrio. Ecco, mi piace pensare che colorare un mandala possa rappresentare un piccolo viaggio alla ricerca del proprio centro e del proprio equilibrio.

Delimitare lo spazio fisico, tracciando la circonferenza, aiuta a delimitare uno spazio psichico sul quale è possibile lavorare per dare un ordine ai pensieri e alle emozioni. Colorare un mandala significa, innanzitutto, fare silenzio intorno a sé e predisporci ad un altro tipo di ascolto. Anche quando scarabocchiamo su un foglio, mentre siamo al telefono, la nostra mente sta andando da un’altra parte, forse anche a ricercare la giusta concentrazione per comprendere quello che si sta dicendo. Oggi siamo iper-connessi agli altri tramite i social. Possiamo leggere il mandala come un social che consente di stringere amicizia con alcune parti di noi. Ma la notifica arriva solo se entriamo nella dimensione del cerchio.

Colorare… roba da bambini! È con espressioni come questa che spesso noi adulti ci approcciamo al mondo del colore. Quando, invece, decidiamo di sperimentarci, il più delle volte aggiungiamo un giudizio estetico sugli accostamenti scelti o cerchiamo di stare perfettamente nei contorni. Ecco che un’attività libera da scopo si tramuta, velocemente, in un ennesimo rituale di controllo. Colorare un mandala ci offre, invece, la possibilità di lasciarci andare. Ogni colore scelto, sia per tonalità sia per materiale (pastelli, pennarelli, oli, tempere…) può diventare mezzo per dar voce a ciò che proviamo. Anche le forme, dalle più geometriche alle più astratte, se interrogate possono richiamare alla nostra mente altre esperienze, utili a comprendere il momento che stiamo vivendo.

La prima volta che ho incontrato i mandala stavo partecipando a un gruppo sui desideri. Io quel disegno non l’ho mai colorato. Era lì sulla scrivania, quasi mi fissasse. Peccato che proprio lo stesso mandala mi ricapitò sei mesi dopo, durante una esperienza residenziale. Un po’ come se mi stesse chiamando e scegliendo. Era un mandala che lavorava sul tema del nuovo inizio: e quello era davvero il momento giusto. Da quel giorno, i mandala mi aiutano a pulire la mente, a concentrarmi o a ricentrarmi e quando li uso con i pazienti o nei gruppi ne apprezzo sempre le potenzialità. Colorarli permette di entrare in contatto con diverse emozioni che prendono forma esterna e possono essere trasformate.

Quello che vi propongo è di creare il vostro mandala. Prendetevi almeno un’ora; spegnete il cellulare e assicuratevi di non avere distrazioni. Provate a respirare un po’ più lentamente e lasciate che le preoccupazioni si prendano una pausa dal momento presente. Tracciate su un foglio un cerchio sufficientemente grande e iniziate a riempirlo con le forme che nascono direttamente dalla vostra matita e poi colorate. Al termine, osservate il vostro prodotto come se fosse un quadro e dategli un orientamento, come se doveste appenderlo, e un titolo, come se fosse un’opera d’arte. In questo modo vi sarete dati uno spazio per accogliere voi e una indicazione preziosa rispetto ai vostri bisogni o desideri. Lasciate il mandala in un posto visibile. Quando avrà finito di ispirarvi stracciatelo, come ci insegnano i monaci buddhisti quando distruggono i meravigliosi mandala di sabbia: nulla è impermanente e tutto cambia. Fateci sapere come è andata e perché no, se volete, mandateci qualche vostro mandala.

 

Emanuele Tomasini
Psicologo – Sito ufficiale

Fonte immagini Good•Mandalas

 

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