L'esperto risponde

Kintsugi: impreziosire le proprie ferite

26 Set , 2017  

“A ciascuno il compito di trasformare le proprie ferite in punti di inserimento per le ali”
– J. Sullivan

Dalla riparazione delle fratture della ceramica alla cura delle fratture dell’anima. La ceramica è un materiale affascinante sia perché è il primo di origine sintetica creato dall’uomo sia perché la sua origine è antichissima e testimonia, tra gli altri, il passaggio dalla vita nomade alla vita sedentaria: un cambiamento epocale. Ancora oggi questo materiale, che ben si presta alla decorazione e alla lavorazione, accompagna e colora tanto le nostre vite quanto le nostre case, rendendole ‘perfette’.

Ma… a chi non è mai capitato di far cadere accidentalmente la tazza del cuore, il piatto decorato della nonna, il dono-ricordo di una persona importante?

Ecco, proprio in quei momenti, spesso, prevalgono le emozioni di rabbia, tristezza e colpa, che ci spingono a prendere i cocci e gettarli via o a provare a riparare quanto possibile senza che sia visibile perché altrimenti risulterebbe brutto. Invece, l’arte giapponese del kintsugi (金継ぎ), letteralmente oro (“kin”) e riunire, riparare, ricongiunzione (“tsugi”), permette con calma e pazienza di ricongiungere i pezzi rotti, impreziosendo le fratture e i punti di contatto con dei filamenti dorati. Il risultato è qualcosa di ancora più unico, non ne esisterà mai uno uguale e il suo valore economico ne risulterà aumentato.

La prima volta che ho sperimentato quest’arte è stata in un gruppo residenziale a cui partecipai per lavorare su di me e formarmi anche come psicologo. Quell’esperienza la ricordo in modo intenso: riparare quella tazza era prendermi cura di me stesso. Tutti nella vita incontriamo momenti avversi nei quali il dolore sembra prevalere e vorremmo allontanarlo, ma è solo vivendo pienamente quelle emozioni, seppur strazianti, che è possibile superare l’impasse. Impreziosire le rotture, metaforicamente, corrisponde al prendersi cura delle proprie ferite con dedizione, così come quando vi tagliate: disinfettate, ‘rammendate’ (se necessario), bendate e poi esponete all’aria aperta quella che diventerà, in alcuni casi, una cicatrice. Per esporla, però, è necessario abbandonare gli ideali di bellezza e perfezione tanto radicati nel mondo occidentale. È solo accettando ciò che è stato, riconoscendosi belli nella nostra interezza, come i manufatti in ceramica, ma comunque frangibili e perfetti nell’imperfezione che è possibile approdare alla serenità. Mostrare e decorare quella frattura, fisica per gli oggetti e psichica nel nostro caso, permette anche agli altri di essere più attenti, perché laddove c’è una rottura è necessario essere più delicati.

La ceramica ci insegna che, a volte, dobbiamo fermarci e che siamo fragili; l’oro ci rimanda alla luce e a ciò che è prezioso; il kintsugi ci insegna che siamo ciò che siamo anche per le nostre ferite e nonostante tutte le rotture che possiamo subire, ci sarà sempre un modo per ripartire con l’unicità che ci contraddistingue perché siamo esseri resilienti.

Consiglio:

Esistono in commercio diversi kit per sperimentare il kintsugi. Se non avete un oggetto rotto, ma state attraversando un momento difficile potete provare a romperne uno per scaricare l’emozione che avete nel corpo. Dedicatevi poi alla riparazione con pazienza e cura. Ogni piccolo coccio è parte di ciò che siete stati, a voi scegliere come ricomporre il manufatto. Tradizionalmente l’oro rende prezioso, ma ognuno ha il proprio colore-simbolo. Anche in questo caso abbiate cura di scegliere con attenzione la pasta che trasformerà i punti di frattura e dolore in punti di luce e di unicità del vostro oggetto e di voi stessi. Provate a sperimentare questa esperienza e fatemi sapere come l’avete vissuta.

 

Dott. Emanuele Tomasini
Sito web

 

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