Chiharu Shiota è un’artista giapponese celebre in tutto il mondo per le sue straordinarie installazioni artistiche realizzate con dei fili. L’artista, nata nel 1972 nella prefettura di Osaka, ha studiato in Giappone e poi in Germania. Attualmente vive a Berlino. Ha esposto le sue opere nei musei più prestigiosi, ha girato il mondo, e, nel 2015, ha rappresentato il suo paese alla Biennale di Venezia riscuotendo critiche positive.

Chiharu Shiota non limita il suo talento alle installazioni, ma spesso crea performance, scenografie e collabora con molti compositori e coreografi, mettendo in scena tutta la sua creatività e utilizzando diversi dispositivi linguistici tra i quali la scultura, il video e la fotografia. Nel 2007, per la mostra personale From in Silence esposta alla Kanagawa Kenmin Hall, è stata premiata con il Encouragement Prize del Ministero dell’Educazione. Tra le sue mostre personali ricordiamo quelle realizzate al Marugame Genichiro-Inokuma Museum of Contemporary Art e al National Museum of Art di Osaka.

Ricorrente nelle opere della Shiota sono eros e thanatos, il senso della vita, concetti che l’artista nipponica esprime principalmente servendosi del gioco di alternanza tra i colori rosso e nero, come è successo per l’installazione The key in hand presentata ai visitatori della Biennale d’Arte 2015 di Venezia. Una distesa rossa ricopriva il soffitto e le pareti dell’edificio, catturando gli osservatori all’interno di un labirinto fatto di fili. La grande installazione contava più di 50.000 chiavi appese a una nuvola di filo intrecciato. Due vecchie barche al centro dello spazio dividevano le onde di chiavi. L’opera artistica ha cercato di esplorare il difficile concetto della memoria, utilizzando decine di migliaia di chiavi raccolte da persone sparse per il mondo.

Un’altra interessante installazione è stata presentata dall’artista durante la sua mostra personale alla galleria d’arte contemporanea Blain|Southern di Londra. Me Somewhere Else analizza la connessione del corpo con la mente, cercando di dare una risposta alla domanda: “La mia coscienza rimarrà quando il mio corpo non ci sarà più?”. L’opera consisteva in un’immensa rete che scendeva dal soffitto e finiva in un punto del pavimento al centro della stanza dove incontrava un paio di piedi in bronzo, creati facendo un calco dei suoi stessi piedi. I fili rossi, secondo l’artista, rappresentavano le migliaia di connessioni neurali del nostro cervello.

 

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