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Frammento di memoria: intervista a Alberto Gianfreda

Alberto Gianfreda - ceramica come frammento di memoria
Alberto Gianfreda | Image credits: Ferpi
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Alberto Gianfreda è uno degli scultori italiani più interessanti della scena contemporanea. Nato a Desio nel 1981, il suo lavoro mescola sperimentazione e riflessione culturale, portando la scultura a dialogare con memoria collettiva, antropologia e arte sacra. Le sue opere sono state esposte in spazi prestigiosi, come il Castello di Rivoli, invitano a guardare oltre la forma per cogliere il senso profondo del gesto creativo.

La sua ricerca si muove tra frammentazione e ricomposizione, resilienza e identità, ponendo in dialogo la materia fragile con la memoria collettiva e i territori.

In questa intervista, Gianfreda ci accompagna nel suo mondo creativo, svelando ispirazioni, processi e il modo in cui l’arte può costruire ponti tra memoria, materia e comunità.

Qual è stato il primo oggetto che hai avuto il coraggio di rompere per trasformarlo in opera d’arte? Cosa significa per te questo gesto?

– Alberto: Rotto? Io? Non ho mai rotto nulla giuro!

Ovviamente se con rottura intendi la fine di un oggetto. Rompere nella nostra cultura ha un’accezione negativa, soprattutto se la rottura è esercitata su un oggetto integro e riconosciuto come al massimo della propria funzionalità come quelli che seleziono io.
Ma nel mio fare non c’è la volontà di distruggere, ma agisco cambiando lo statuto degli oggetti o dei materiali, per portarli da una dimensione funzionale ad una riflessiva. Provo a farlo attraverso una pratica del tutto scultorea. Dopotutto se pensate alla lavorazione del marmo la materia va frammentata per rivelare la forma.

Quindi si, la pratica è quella di frammentare ma non è mai fine a sé stessa. Frammentare è la condizione unica del ricostruire e del mettere assieme. Il franto ha la possibilità di relazionarsi con un altro franto in maniera equa, senza subordinarsi. Frangersi quindi è una condizione di coscienza del sé, nessuno di noi è integro, integerrimo ma più facilmente cor-rotto e da questa consapevolezza nasce la possibilità di incontrare l’altro.

Adesso posso risponderti: il primo oggetto a cui ho cambiato lo statuto “È” un vaso cinese.

A.Gianfreda, performance frammetazione ceramiche nella stanza anecoica di Caimi Brevetti
A.Gianfreda, performance frammetazione ceramiche nella stanza anecoica di Caimi Brevetti

Come si sviluppa il tuo processo di ricomposizione: segui criteri già definiti o ti lasci guidare dalla forma e dall’energia dei frammenti?

– Alberto: “È un vaso” è un modo per rispondere a questa domanda.
Il tempo presente parla di una condizione di continua esistenza che supera la condizione di frammentazione. Non smette di essere un vaso anche quando è rotto. Se chiedi a qualcuno cosa vede davanti a sculture della serie “Nothing as it seems” probabilmente risponderà un vaso. Quindi la ricomposizione segue il criterio di mantenere intatta l’identità dell’inizio ma facendola manifestare in una forma diversa, nuova, inedita e spesso plurale. Se l’oggetto di partenza è un vaso i frammenti vengono ricostruiti, senza disperderne nessuno e riposizionati su una maglia metallica mobile, nella posizione di origine. Se invece i frammenti si mescolano con altri oggetti allora sicuramente c’è un fattore anche compositivo, addirittura, a volte narrativo.

Alberto Gianfreda, Nothins as it seems, ceramic vase and aluminium chain, variable form and size, 2017 ph. Mattia Santini, courtesy of the Antonio Verolino Gallery
Alberto Gianfreda, Nothins as it seems, ceramic vase and aluminium chain, variable form and size, 2017 ph. Mattia Santini, courtesy of the Antonio Verolino Gallery

La ceramica ha una lunga tradizione decorativa. In che modo il tuo lavoro dialoga con questo passato e allo stesso tempo lo mette in discussione?

– Alberto: Il passato è una presenza costante ritorna in tanti modi differenti e molto concreti. A livello compositivo per esempio, la scultura ITALIA, acquisita dal MIC attraverso il PAC 2022-2023 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dal Ministero della Cultura, si rifaceva alla composizione dei grandi tondi ceramici dei Della Robbia, si riconosce proprio un grande bordone e un moltiplicarsi di colore che trova il suo centro tra il blu e l’oro del terzo fuoco. Ma il rapporto con la tradizione non è solo formale, ma è proprio una questione di saperi. Lavoro nel solco della tradizione dal punto di vista pratico, per esempio nella forma dei frammenti e nel mantenere alcune parti integre. Pensa ai busti antichi, le braccia o il tronco erano interrotti con sapienza per concedere all’occhio la possibilità di immaginare ciò che era essente. Nel mantenere il collo di un vaso intero succede esattamente qualcosa di simile.

Alberto Gianfreda, Rocco Scotellaro, terracotta e catena in alluminio su struttura metallica, cm 110x70x30 forma e dimensioni variabili, 2023
Alberto Gianfreda, Rocco Scotellaro, terracotta e catena in alluminio su struttura metallica, cm 110x70x30 forma e dimensioni variabili, 2023

Le tue opere vivono spesso in equilibrio tra bellezza e precarietà. Quanto conta per te che il pubblico percepisca questa tensione?

– Alberto: Tutte le sculture fatte di frammenti sono mobili, cambiano di forma, si adattano al contesto e alle cose che gli stanno attorno. Precario è qualcosa che non accetta il tempo che scorre. Le mie sculture si misurano con il tempo per resistergli. Preferirei si percepisse grazie alla capacità di adattarsi un senso di fragilità eterna. Forse il precario che si intravede ha più a che fare con il restare piuttosto che con qualcosa che si contrappone al bello.

A.Gianfreda, Effimera blu e Nothing as it seems, 2024
A.Gianfreda, Effimera blu e Nothing as it seems, 2024

Nel progetto collettivo ITALIA sono state coinvolte 21 città ceramiche. Come nasce l’idea di unire frammenti provenienti da territori diversi in un’unica grande opera?

– Alberto: Il progetto ITALIA nasce dalla convinzione che la scultura per evitare di ridursi ad un oggetto vuoto debba essere in grado di attivare, di far muovere qualche cosa, innescare interessi ed affetti affinché una comunità arrivi a prendersi cura di quella forma che mettiamo nel mondo. Per poter attivare questa situazione bisogna individuare “una comunità”, un gruppo unito da interessi, desideri e bisogni comuni al quale destinare la scultura stessa. Il mondo della ceramica artigianale in Italia è profondamente variegato quanto unito e ogni regione è meravigliosamente rappresentata da tecniche di lavorazione e decori, quella dei ceramisti è una meravigliosa comunità. La migliore a cui dedicare un’opera che ha trasformato stupende ceramiche in una grande scultura autoriale ma di molti. Alla base della scultura c’è il gesto d’amore dei ceramisti che chiamati a donare una loro opera iconica hanno risposto con entusiasmo con i loro migliori pezzi pur sapendo che sarebbero stati frammentati per qualcosa di più grande e comunitario. Oltre alla scultura è stato realizzato un archivio digitale dei suoni della distruzione ceramica per ceramica regione per regione raccolte in forma di NFT su opensea.io/AlbertoGianfreda

A.Gianfreda,dettaglio di Italia, 2021.
A.Gianfreda,dettaglio di Italia, 2021.

Se dovessi descrivere con una parola sola ciò che cerchi nelle tue opere, quale sarebbe?

– Alberto: L’altro

L’altro: su questo termine mi sembra costruita tanta della tua ricerca dagli esordi, con le prime terrecotte e ferro fino all’appena concluso progetto Roar and crash presso la fondazione Nubuke di Accra in Ghana, vuoi parlarcene?

– Alberto: Si con molto entusiasmo!

Roar and Crash è un progetto nato dalla curiosità reciproca e dallo scambio, e unisce percorsi di formazione, ricerca e creazione di un’opera d’arte come processo collaborativo con artisti e professori ghanesi.

Il progetto esplora come percepiamo luoghi lontani, spesso semplificandone la visione e riducendoli a stereotipi.

L’idea è nata durante il primo incontro a Milano avuto con Odile Tevie, direttrice della fondazione Nubuke grazie a Silvia Zanella.

Quando Tevie mi ha parlato del Ghana mi sono reso conto di quanto poco sapessi di questa terra, mi sono sentito ignorante e scollegato dalla sua storia. Immediatamente ho riflettuto su cosa immaginiamo in Italia quando pensiamo all’Africa: safari, animali selvaggi—alcuni dei quali forse neanche vivono realmente qui. La nostra prospettiva è spesso distorta, riduciamo un continente vasto e incredibilmente variegato a un’unica immagine a un grande stereotipo”.

A.Gianfreda_dettaglio di Roar and Crash presso Nubuke Foundation
A.Gianfreda_dettaglio di Roar and Crash presso Nubuke Foundation

Da questa riflessione è nato il titolo “Roar and Crash”, due suoni onomatopeici.
Il primo evoca il ruggito semplificato di un animale; il secondo, il suono della distruzione.
Contro questa percezione ambigua e spesso errata di terre lontane, questo progetto abbraccia la concretezza degli incontri reali tra persone, pratiche e materiali. Per questo l’opera scultorea è stata realizzata attraverso un laboratorio condiviso, durante il quale sono stati utilizzati e combinati manufatti ceramici artigianali provenienti dall’Italia e dal Ghana.

A.Gianfreda_Roar and Crash presso Nubuke Foundation, Accra, Ghana
A.Gianfreda_Roar and Crash presso Nubuke Foundation, Accra, Ghana

Nello spazio esterno della fondazione si viene accolti dal suono della rottura dei vasi, acquisita da Dieu Donne, fotografo e videomaker ghanese. Il suono anticipa l’istallazione, collocata all’interno, di cui fanno parte tre animali selvaggi, una tigre, una pantera e un leopardo, ceramiche di fattura italiana che metaforicamente restituiscono l’immaginario stereotipato dell’Africa (animali neppure presenti in Ghana). Questi sono posizionati uno accanto all’altro, sdraiati o in piedi, e sui di essi si stendono coprendo o sovrastando frammenti di vasi e ceramiche ghanesi connessi tra loro dalla maglia metallica. La frammentazione delle ceramiche ghanesi, compiuta assieme agli artisti e docenti locali, Frederick Okai, Larye Enoch Nii Adjei e Mawuli Akyea Bobi, diventa grazie al sistema di ricostruzione su una catena mobile, in grado di modificare la forma, e quindi la relazione tra animali e “tessuto ceramico” una possibilità di reimmaginare le relazioni e gli incontri.

Fonti:
Art tribune, AlbertoGianFreda, Quadriennalediroma, Ferpi
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