Nel lavoro di Lorenzo Morandi fotografia e cinema s’incontrano in una ricerca visiva profondamente attenta alla dimensione intima dei soggetti e al rapporto tra figura e spazio. Le sue immagini non si limitano a raccontare una presenza, ma costruiscono atmosfere in cui ambienti e architetture e gesti diventano parte attiva della narrazione, dando forma a un linguaggio visivo sospeso tra osservazione e racconto.
In questa intervista parliamo del suo processo creativo, di come prendono forma i suoi progetti e di come l’incontro con i soggetti possa talvolta trasformare una visione iniziale. Dalla nascita del cortometraggio Sweet Little Girl, premiato al Nikon Film and Photo Contest di Tokyo, fino a una riflessione più ampia sul ruolo della fotografia oggi, in un panorama visivo sempre più saturo di immagini, ripercorriamo insieme a lui le idee e le intuizioni che guidano la sua ricerca.
Nei tuoi lavori emerge una forte attenzione alla dimensione intima e psicologica dei soggetti.
Quando inizi un nuovo progetto, parti da un’idea narrativa precisa o lasci che siano l’incontro
e il contesto a guidare lo sviluppo del racconto visivo? Puoi descriverci il tuo processo creativo dall’intuizione iniziale fino all’immagine finale?
«Per me è fondamentale che incontro e contesto determinino il racconto visivo, libero di evolversi senza modalità predeterminate. Alla base di ogni lavoro c’è la scelta di dedicare tempo a un’interazione, a un dialogo. Una scelta che nasce da un’intuizione nel senso più semplice del termine: la sensazione che da quell’incontro possa nascere qualcosa di interessante. Mi hanno sempre attratto le persone alla ricerca di un senso, quelle che si interrogano sul proprio rapporto con il tempo in cui vivono e lo affrontano con animo aperto. Sono proprio queste persone ad aprirsi a un confronto libero e intimo. Nel mio processo creativo è fondamentale creare le condizioni affinché questo incontro possa avvenire. Il resto è una conseguenza.»

Ti è mai capitato che un soggetto influenzasse profondamente la direzione di un progetto, modificando la tua visione iniziale?
«Sì, ed è fondamentale che accada. Non lavoro con un copione, né in fotografia né in video. Ogni progetto nasce dalla combinazione di moltissimi fattori: al centro la relazione umana, intorno l’ambiente, gli oggetti, la luce. Le combinazioni sono infinite, ed è proprio questa imprevedibilità a dare valore al lavoro, alla sua irripetibilità. Trovarsi davanti a un’altra persona significa ascoltarla, in senso letterale e metaforico: coglierne gesti ed espressioni, che non posso e non voglio determinare in anticipo.
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Se dovessi definire in poche parole il filo rosso che attraversa tutta la tua produzione, quale sarebbe?
«Penso alla mia pratica come alla “costruzione di uno sguardo”. Essere di fronte a un soggetto libero di esprimersi non significa subirlo passivamente. È in quel momento che ogni scelta tecnica diventa il mezzo per dire qualcosa: la distanza, il punto di vista, la macchina, l’obiettivo. La porzione di mondo che includo, quella che deliberatamente escludo, quali istanti restituiscono le sfumature che mi interessano. Un atteggiamento aperto all’ascolto, ma fortemente progettuale. Costruisco poi la serie in modo che quelle relazioni abbiano un ritmo, una forza narrativa. È un processo iterativo che trova compimento nell’editing: la scelta finale delle immagini che, insieme, danno vita al progetto.
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Lo spazio nei tuoi lavori non è mai solo uno sfondo, ma un elemento narrativo attivo. In che modo studi e “leggi” un ambiente prima di fotografarlo? Esistono elementi architettonici o spaziali che senti particolarmente affini alla tua sensibilità?
«Il mio background in architettura ha plasmato profondamente il modo in cui leggo lo spazio. Lo scansiono continuamente nelle sue proporzioni, forme e distanze relative tra gli elementi. Quando fotografo le persone nei loro spazi entra in gioco qualcosa di più interessante di una semplice lettura architettonica: quegli ambienti contengono già una serie di elementi che riflettono il linguaggio e la sensibilità di chi li abita. La struttura, le proporzioni, il modo in cui gli oggetti sono disposti, gli oggetti stessi. Leggere tutto questo fa parte della comprensione di un unicum soggetto/spazio che si è consolidato nel tempo e nell’uso reale di quei luoghi. Per questo, pur essendo attratto dai linguaggi architettonici più estremi, sospendo il giudizio puramente estetico per analizzare in modo più libero il sistema di relazioni che si è formato. Quando fotografo illustratori o artisti visivi, ad esempio, è piuttosto comune trovare una corrispondenza tra le palette dei loro lavori e i colori degli ambienti in cui vivono e lavorano: una coerenza che racconta molto. Progetto una fotografia su queste relazioni, spostandomi fino a trovare il punto di vista in cui figura e spazio si rivelano nel modo più significativo.
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Hai ricevuto l’Excellence Award al Nikon Film and Photo Contest a Tokyo per il corto “Sweet Little Girl”. Puoi raccontare come è nato questo progetto e qual è stata la tua riflessione artistica dietro la narrazione visiva del film?
«Arrivo al film, nella forma del cortometraggio, in modo non convenzionale: non come regista, ma come fotografo che ha trovato nel video uno strumento per prolungare il ritratto nella dimensione temporale. Sweet Little Girl è esattamente questo: un video non diretto, senza script né sceneggiatura, girato con strumenti nati per la fotografia. È proprio l’assenza di sovrastrutture produttive ad aver reso possibile ciò che si vede: le emozioni e le sensazioni di Kazuyo Kotaka, pianista, durante una sessione di pratica. Nel video emergono le contraddizioni di una cultura in cui la sacralità della dedizione deve convivere con l’attrito generato dall’idea di sé e dalla percezione altrui. Un tema non risolto, che è stato interessante sottoporre a un pubblico eterogeneo, capace di sviluppare interpretazioni diverse e legate alle proprie culture di provenienza. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza un’apertura completa, una condivisione e una fiducia totale da parte di Kazuyo.
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Viviamo in un’epoca di iperproduzione visiva e immagini immediate, forse se non certamente, influenzati dai social media. Qual è, secondo te oggi la responsabilità di un artista, nel tuo caso di un fotografo? Come può distinguersi una ricerca artistica autentica nel panorama contemporaneo?
«Non esiste una risposta univoca, in un mondo dove sembra valere tutto. Ma credo che le ricerche più profonde condividano alcune caratteristiche: evitano le scorciatoie, rimangono indifferenti ai trend, richiedono un continuo cambio di prospettiva e, soprattutto, l’assunzione del rischio che ciò che si fa non funzioni. La responsabilità di un artista è contestualizzare la propria pratica nella contemporaneità mantenendo un leggero scarto, un distacco che permette di vederne i lati più oscuri con lucidità, senza esserne travolti, e aprire nuove prospettive.
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Guardando al tuo percorso finora, tra fotografia, cinema e progetti editoriali, quale pensi sia l’eredità che il tuo lavoro potrebbe lasciare e qual è invece quella che vuoi lasciare?
«Mi piace l’idea di realizzare una serie di ritratti di persone di questa epoca, con gli strumenti e le tecniche di questa epoca, senza voler trarre una morale o un giudizio. Un’epoca in cui i mezzi tecnici permettono a chiunque di essere portavoce e autore della propria narrazione, generalmente romanzandola e strumentalizzandola, e consentono la creazione e la riproducibilità tecnicamente perfetta di una realtà inesistente. È un contesto complesso e talvolta spaventoso, in cui voglio che il mio lavoro sia prima di tutto onesto.
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