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Intervista a Sara Ricciardi. Tra colori, la materia e la scenografia dell’abitare

Sara Ricciardi. Tra colori, la materia e la scenografia dell'abitare
Sara Ricciardi. Tra colori, la materia e la scenografia dell'abitare | Image Credits: Sara Ricciardi
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Abbiamo parlato con Sara Ricciardi, designer e artista che ha ridefinito il concetto di domestico come palcoscenico emotivo. Il suo approccio unisce la scultura al gesto, trasformando l’oggetto in parte di una liturgia quotidiana in cui materia e colore giocano ruoli scenici primari nel design narrativo.

Il lavoro di Sara Ricciardi è un costante atto performativo che rompe il confine tra l’oggetto d’uso e la scultura installativa. La sua pratica non si limita alla risoluzione formale, ma si concentra sulla creazione di esperienze: ogni oggetto o arredo è un attivatore di storie e riti domestici. Attraverso l’uso sapiente e mai scontato della luce, del colore e della tattilità dei materiali, Ricciardi eleva lo spazio abitato a un vero e proprio palcoscenico emotivo. Questo approccio posiziona la designer in una dimensione di ricerca che lega indissolubilmente l’estetica al gesto e al racconto.

Abbiamo voluto approfondire come la sua visione riesca a conciliare la funzione pratica con l’intenzione scenica e come la materia stessa si imponga nel processo creativo. Il suo metodo di lavoro, che sembra privilegiare l’ascolto del materiale rispetto al dogma della forma predefinita, è un punto di riferimento fondamentale per il design narrativo contemporaneo. Di seguito presentiamo le domande e le risposte del nostro dialogo.

Se il design è un linguaggio, quale tipo di storia o emozione non può essere raccontata senza l’uso generoso del colore e della materia?

«Noi comprendiamo il mondo solo attraverso i fenomeni: forme, colori, materie. Tutto è corpo, tutto è materia, vibrazione inclusa. Che si tratti dell’architettura di una parola, di un vestito o di uno spazio, nulla esiste senza una sua fisicità. Per questo non credo esista una storia che possa essere raccontata senza “generosità” di colore e materia, che non significa essere massimalisti, ma saper trovare le forme e i colori esatti a dei pensieri. Demiurghi ovunque insomma. Quando non siamo generosi nel linguaggio, diventiamo davvero un po’ stitici e l’emozione non si annida certo nella stitichezza.»

Image credits: Sara Ricciardi
Image credits: Sara Ricciardi

Tu vedi l’oggetto come parte di una narrazione o di un rito. Quando un tuo oggetto esce dallo studio ed entra nella casa o nello spazio altrui, quale nuovo ruolo o funzione emotiva speri che acquisisca?

«Mi diverte pensare che gli oggetti abbiano la capacità di creare legami affettivi, non solo i miei – tutti gli oggetti del mondo, se glielo permettiamo, possono diventare amuleti. Se li carichiamo di storia, loro ci restituiscono presenza. Rametti, coperte di Linus, pupazzi, piatti, accendini, croci. Simulacri quando ci impegniamo a vederli. Invece di inseguire mode o status, potremmo rendere potenti le cose che abbiamo! trasformarle in estensioni della nostra identità. Più che comprare una marca essere capaci di crearsi un proprio messaggio autentico. Io creo oggetti che mi somigliano. Ironici e desiderosi di magia. Comete. E spero sempre di venderne pochi perché il mondo è già abbastanza pieno.»

Image credits: Sara Ricciardi
Image credits: Sara Ricciardi – Dolce Gabbana

Il tuo approccio sembra privilegiare la scoperta del materiale rispetto a un’idea predefinita. Puoi descriverci il momento in cui una materia, un pigmento o una consistenza specifica ti ha suggerito una forma inaspettata?

«Inizio sempre dai testi – brainstorming, scrittura creativa, grammatica della fantasia di rodariana memoria. Ma ci sono volte in cui accade il contrario, ed è la materia a guidarmi. Sei lì che manipoli l’argilla, posizioni rami nel vuoto girandoli, accosti pezzetti di legno – bruci il tulle – coli il gesso in supporti imprevisti – e a un certo punto succede qualcosa! Eureka un gesto, un cedimento, una curva inattesa… e l’idea appare come un ricordo che torna dal profondo. Il corpo, materiale anch’esso, conosce tutto prima e succedono possibilità davvero inattese. Lasciando libertà a materiali, colori e articolazioni possiamo ascoltare ciò che lui, (il corpo) vede prima di noi.»

Image credits: Sara Ricciardi - Details Dolce Gabbana
Image credits: Sara Ricciardi – Dolce Gabbana

Molti designer scelgono il loro colore. Tu sembri “ascoltarlo”: qual è la differenza tra scegliere una palette per moda e interpretarla per una performance o un ambiente?

«Io non faccio una vera divisione, il colore è un linguaggio ancestrale. Gli animali lo usano per corteggiare, difendersi, mimetizzarsi; noi per dichiarare chi siamo. Dal colore di un cappotto, alla scocca di un’auto o alle pareti di casa, sono tutti messaggi. Dichiarazioni. Il mio desiderio è che le persone imparino a scegliere senza paura – non certo optando per il color tortora solo perché “non stanca”, non la tonalità che fa trend, ma quella che fa star bene loro. La domanda vera, però, è un’altra. – oggi una persona sa davvero cosa la fa stare bene? Il colore è un maestro spietato, ti chiede sincerità.»

Image credits: Sara Ricciardi - Details Dolce Gabbana
Image credits: Sara Ricciardi – Metamorfosi

Molti dei tuoi lavori sono definiti come “spazi abitabili”. Qual è il punto di frizione che cerchi di creare tra la funzione pratica dell’oggetto e la sua dimensione rituale o scenica?

«La frizione è indispensabile è proprio lì che nasce il senso. La scenicità, per me, è già una funzione. Avete mai pensato che, oltre all’ergonomia pratica, esista un’ergonomia emotiva? Il rito, poi, è ciò che dà profondità a un oggetto, ciò che lo ancora al gesto umano. Io cerco sempre quello spazio sottile in cui l’oggetto smette di essere solo utile e diventa una soglia – un passaggio, un invito a compiere un gesto diverso, a prendere una postura diversa. È in quella micro-scena che il quotidiano può trasformarsi – anche solo per un istante, ma è lì che accade la magia.»

Image credits: Sara Ricciardi - Details Metamorfosi
Image credits: Sara Ricciardi – Details Metamorfosi

Se il mondo e la casa sono un palcoscenico, quale tipo di “recita” speri che il fruitore interpreti quando interagisce con le tue creazioni?

«Spero che chi abita i miei progetti abbia un armadio pieno di maschere – e il coraggio di indossarne una diversa ogni giorno. Essere trasformisti, radicalmente mobili, pronti a giocare. Il design può essere un ottimo complice in questo, un piccolo motore scenico che permette di far cambiare ruolo, umore, voce.»

Image credits: Sara Ricciardi - PataSpazio
Image credits: Sara Ricciardi – PataSpazio

Pensando alla tua eredità, c’è un oggetto o un’installazione che ritieni abbia densità narrativa maggiore e che meglio riassuma la tua visione del mondo?

«Io alla mia eredità non penso mai – mi viene l’orticaria a pensare ad una mia eredità – giammai! Preferirei dissolvermi insieme a tutto ciò che ho creato. Sicuramente ogni opera, ogni installazione è stata come una maestra – alcune mi hanno insegnato piccole cose, altre lezioni gigantesche. Ma tutte sono state vitali alla mia crescita. Si dice che “ogni scarrafone è bello a mamma sua”… ecco, forse è questo il punto – ogni progetto è un figlio che insegna, più che lasciarti un’eredità ti crea profonde sacche di energia, ricerca e amore da dispensare.

Spero di non riassumermi, almeno per il momento in una visione. Spero di potervi depistare ancora a lungo.»

Image credits: Sara Ricciardi - Details PataSpazio
Image credits: Sara Ricciardi – Details PataSpazio

Se potessi dare un unico consiglio, non tecnico, a un giovane designer che sta cercando di trovare una voce unica, quale insegnamento condivideresti sulla gestione del proprio immaginario?

«All’inizio bisogna accettare l’orrore di ciò che si crea. Se sai già cosa stai facendo, è un problema – significa che lo stai copiando. Buttati nelle viscere del tuo immaginario, anche quando è disturbante o incomprensibile. La domanda è sempre una sola: tu ci credi? Tu lo vedi? Solo dopo viene il “come lo rendo leggibile al mondo”. Il progetto è questo – un continuo negoziato tra il sogno e i limiti – di tempo, di costi, di vita. Ma la voce nasce lì, dove ti lasci andare senza paura.

Fonti:
Sara Ricciardi
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