Home Arte Intervista ad Alessia Locatelli. Tra urgenza e delicatezza
Arte

Intervista ad Alessia Locatelli. Tra urgenza e delicatezza

Intervista ad Alessia Locatelli. Tra urgenza e delicatezza
Intervista ad Alessia Locatelli. Tra urgenza e delicatezza Image credist: Alessia Locatelli
Condividi

Il lavoro di Alessia Locatelli, curatrice e fondatrice della Biennale di Fotografia Femminile di Mantova mostra una declinazione della curatela contemporanea come pratica di responsabilità, ascolto e presa di posizione. Nell’intervista, Locatelli approfondisce il ruolo politico della cura, l’importanza di aprire spazi di dubbio e l’equilibrio tra struttura e intuizione nel processo curatoriale.

La fotografia viene presentata come strumento capace di leggere il tempo storico, mentre le trasformazioni auspicate nelle istituzioni culturali rivelano una visione che supera le categorie chiuse e afferma la delicatezza come gesto radicale e consapevole.

Nel tuo lavoro curatoriale sembra emergere una tensione costante tra urgenza politica e delicatezza visiva. Come convivono queste due dimensioni nella tua idea di mostra?

«Mi reputo una curatrice engagée, nel termine usato da J.P. Sartre per definire l’urgenza storica dentro cui si muove la figura di colui o colei che si occupa di cultura, specialmente se contemporanea. Da qui deriva sicuramente il desiderio di portare una Biennale che affronti tematiche attuali. Non solo quindi nell’ambito fotografico, perché la fotografia oggi è l’unica arte visiva in grado di avere uno sguardo così ampio – nei linguaggi e nell’affrontare tematiche differenti – sul mondo; ma anche concetti contenitore dentro cui costruiamo la grande ricerca di fotografe che ci accompagna all’edizione successiva. Liminale, ad esempio, è esattamente il momento di soglia, di passaggio, dentro cui ci troviamo storicamente oggi a vivere. L’incertezza di un passato che si sta disgregando, un futuro nebuloso, e lo spazio del Caos dentro cui l’umanità si trova a vivere. Una soglia che stiamo attraversando e che non sappiamo dove ci condurrà. Mai come ora sentiamo tutti l’incertezza del momento e con la BFF Mantova abbiamo voluto provare ad indagarlo assieme da varie prospettive fotografiche.

La delicatezza è parte della cura. L’etimologia del termine” curatore” contiene già in sé il concetto di attenzione, empatia. La cura è amore, e tutte noi del Team della biennale dedichiamo tanta cura nella ricerca, nello studio, nella soluzione di allestimenti che sappiano dare a chi viene a visitare le nostre dodici mostre Main e l’off. Per me le mie mostre, i miei libri, sono dei figli, che lascio in eredità al futuro della cultura del paese. E i figli si crescono con cura, amore e delicatezza nello sguardo e nel gesto.
»

Image credits:
Image credits: Alessia Locatelli

Curare oggi significa anche prendere posizione. C’è un confine che cerchi consapevolmente di non superare tra militanza culturale e spazio aperto all’ambiguità?

«Certamente. Anzitutto la mia visione personale e quella curatoriale non sono sempre aderenti. Chi sceglie il mio “tocco” sicuramente apprezza le caratteristiche, le soluzioni ed il linguaggio che mi appartengono. Ma il lavoro del Curatore è un lavoro anche di mediazione, studiare, capire per “entrare dentro” ciò che l’autore vuole esprimere, e partire da quell’ascolto per creare un concept. E al pubblico, al fruitore finale, va sempre lasciato uno spazio di scelta, di rielaborazione critica personale. Io lascio dei materiali in mostra, testo, cataloghi precedenti, interviste, articoli di giornale, affinché ognuno abbia il suo livello di approfondimento e la documentazione per soddisfarlo. Però non userei il termine ambiguo, che non ha un’accezione positiva, direi piuttosto che cerco di creare lo “spazio del Dubbio”»

Image credits:
Image credits: Alessia Locatelli

Nel tuo processo curatoriale, quanto spazio lasci all’intuizione rispetto alla struttura? C’è un momento in cui smetti di controllare e lasci che il progetto prenda una direzione propria?

«Questo momento avviene nella fase creativa iniziale, quella in cui cerchi di trovare il concetto alla base del progetto. Questa fase, spesso resta in background nella mia testa. E’ lì, latente, pronta a nutrirsi di ogni stimolo esterno di ogni cosa che mi accade, ogni conversazione, libro o esperienza che mi arricchisce. Appena arriva la linfa, l’idea si plasma e in questa prima fase non necessariamente in modo articolato e logico. Questo aspetto intuitivo del mio lavoro lo ritrovo anche nell’ideazione degli allestimenti, è un momento molto bello, soprattutto perché parte del lavoro del curatore è invece molto legato a tecnicismi, gestioni, tempistiche…Però una volta ideato, il progetto non prende mai una direzione autonoma, sono io che ne controllo tutte le fasi successive. Il lavoro del curatore è paragonabile a quello di un direttore d’orchestra: conosce il suono di tutti gli strumenti benché non sia uno strumentista, ma sa quando questi devono intervenire affinché il concerto sia gradevole per chi lo ascolta.
»

Image credits:
Image credits: Alessia Locatelli

La Biennale di Fotografia Femminile nasce da un’urgenza precisa. Oggi, come si è trasformata quella spinta iniziale dopo il confronto con il pubblico e con le artiste?

«L’esigenza della Biennale nasce in prima istanza da una questione legata all’oggettività dei dati numerici: davanti ad un numero uguale di studi e professionismi fotografici, il genere femminile(e LGBTQ+) non ha altrettante occasioni di visibilità rispetto al corrispettivo maschile. Si parla di un gap 80%-20%. Sono numeri impressionanti. Da qui nasce nel 2020 l’esperienza della Biennale di fotografia Femminile Oggi abbiamo dato davvero uno slancio inatteso e del coraggio al nostro paese. Molte delle fotografe che abbiamo portato negli anni hanno esposto in altri luoghi, istituzionali e privati, e molto sul femminile si è mosso. Serviva qualcuno che avesse più coraggio e noi, con gran fatica e piccoli budget abbiamo costruito un Festival che è oggi IL riferimento internazionale per la fotografia femminile e ne siamo orgogliose. Inoltre creiamo introiti per le fotografe e questo genera una ricaduta positiva anche sulla professione.
»

Image credits:
Image credits: Alessia Locatelli

Parlare di “femminile” comporta sempre il rischio di semplificazione. Come lavori per evitare che il tema diventi una categoria chiusa invece che uno spazio di possibilità?

«E’ difficile non farsi recintare negli stereotipi, soprattutto se il giornalista è uomo etero di una certa età😊 ma vengono da un mondo creato a loro misura e non pretendo riescano a capire il cambio e soprattutto avere la mente aperta per accoglierlo con serenità. Quello che solitamente rispondo alla triste domanda se c’è una fotografia di genere è: “Non esiste un genere in fotografia. Esiste un orizzonte da sempre occupato dalle teste dominanti ,e le donne hanno semplicemente volto l’obiettivo della macchina fotografica altrove”. Diena Arbus sul circo, sui gemelli; Vivian Mayer da bambinaia ha “inventato” la Street Photography, Imogen Cunnigham, pioniera della fotografia, in mostra in questa edizione a Casa del Mantegna, ha sperimentato con il mezzo e con le forme portando la ricerca fotografica a livelli superiori.
»

Image credits:
Image credits: Alessia Locatelli

Guardando al futuro, quali trasformazioni vorresti vedere nel modo in cui le istituzioni culturali affrontano i temi di genere e rappresentazione?

«Vorrei una istituzione più coraggiosa e consapevole del suo ruolo educativo, in grado di leggere oltre i nomi. Una cultura che aiutasse le persone a fruire di mostre che non siano i soliti impressionisti o gli Steve McCurry di turno. Nomi che garantiscono biglietteria. Ma forse la cultura non dovrebbe sottostare da parte del Pubblico a questo mero ragionamento. Dovrebbe essere in quel ruolo, come accade in Francia, Inghilterra, Germania e Spagna, anche per innovare, sostenere sguardi inediti, progetti che sanno con capacità guardare lontano. Sogno l’Italia in cui il MIC non da 80mila euro a Corona per una serie gossip, ma li distribuisce su meritevoli progetti che necessitano così tanto di non dipendere dalla ricerca Sponsor tra i privati.
»

Fonti:
Alessia Locatelli
Condividi

Scrivi un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Facebook

Articoli collegati
© Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026
ArteColore

La materia dei sogni: Dalí, la moda e l’immaginazione che prende forma

Salvador Dalí non ha mai avuto molto rispetto per i confini, che...

Grandi teli dipinti con campiture fluide multicolori sospesi lungo le pareti di una sala espositiva, con visitatori nel corridoio centrale
Arte

Katharina Grosse e il colore che invade lo spazio

Katharina Grosse lavora con il colore come se fosse una sostanza capace...

Marcel Duchamp appoggiato a un plinto con l'orinatoio Fountain firmato R. Mutt, davanti a una grande ruota di bicicletta
Arte

Marcel Duchamp 2026: l’oggetto come gesto concettuale

Marcel Duchamp non ha mai smesso di osservarci attraverso il vetro opaco...

Arte

L’arte nell’era della perfezione automatica dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale ha smesso da tempo di essere un fenomeno di frontiera....