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Mouna Rebeiz e la nuova vita del tarbouche a Venezia

Image credits: i-m-magazine.com
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Mouna Rebeiz porta a Venezia, tra le sale intrise di storia tessile di Palazzo Mocenigo, una riflessione profonda sulla persistenza dei simboli attraverso l’esposizione “Le Tarbouche”. Non si tratta di una semplice rassegna dedicata a un copricapo, ma di un’operazione di decostruzione culturale che utilizza la forma iconica del fez per parlare di potere, appartenenza e trasformazione. L’artista, nota per la sua capacità di far dialogare le radici mediorientali con i linguaggi della pittura e della scultura contemporanea, sceglie un oggetto apparentemente statico per innescare un movimento di pensiero che scivola tra i secoli.

Mentre l’occhio del visitatore si abitua alla penombra dorata delle sale veneziane, il primo impatto non è con il manufatto storico, ma con il gesto creativo che lo ha rigenerato. Il tarbouche appare qui spogliato della sua funzione d’uso per diventare un supporto narrativo, una superficie su cui si depositano pigmenti, metalli e memorie. È curioso osservare come un oggetto così legato a una specifica rigidezza formale possa, sotto lo sguardo dell’artista, acquisire una fluidità quasi organica. La materia si piega a un’esigenza che va oltre l’estetica, cercando di recuperare quel senso di dignità e di fierezza che il tempo, talvolta, tende a sbiadire in un folklore superficiale.



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La metamorfosi del feltro tra storia e visione

Il percorso espositivo, aperto al pubblico dal 20 maggio all’8 novembre 2026, si snoda attraverso una serie di opere che reinterpretano il copricapo non come un reperto, ma come un organismo vivente. Il lavoro di Mouna Rebeiz si inserisce in un dialogo serrato con gli spazi di Palazzo Mocenigo, dove la storia del costume è di casa. Tuttavia, l’artista non cerca l’integrazione mimetica; preferisce piuttosto il contrasto armonico. Se il palazzo racconta l’aristocrazia veneziana e i suoi velluti, le opere in mostra portano una ventata di polvere del deserto e di rigore levantino, mediati da una sensibilità che ha fatto della sintesi la sua cifra stilistica.

Il punto è che il tarbouche è stato per lungo tempo un segnale di modernizzazione e, paradossalmente, di resistenza. Vederlo oggi rielaborato attraverso tecniche che spaziano dalla pittura alla manipolazione della materia significa interrogarsi su cosa resti di quei messaggi. Eppure, nel silenzio delle sale, le opere sembrano suggerire che il simbolo sia più forte della sua stessa obsolescenza. La superficie rossa, tradizionalmente associata a questo oggetto, viene indagata nelle sue infinite variazioni tonali, diventando un paesaggio emotivo dove il visitatore può smarrirsi.



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Un dialogo oltre i confini geografici

In questa esposizione, la figura di Mouna Rebeiz emerge come quella di una mediatrice culturale che non usa le parole, ma la densità degli oggetti. Le sue creazioni costringono a guardare al di là del Mediterraneo, non come a un confine, ma come a uno spazio di scambio ininterrotto. Ogni pezzo in mostra porta con sé una domanda sulla natura dell’identità: quanto di ciò che indossiamo ci definisce e quanto, invece, è solo una maschera imposta dalle convenzioni sociali o politiche? La trasformazione del tarbouche in opera d’arte totale svuota il copricapo della sua carica ideologica più pesante per restituirgli una leggerezza poetica, quasi metafisica.

La tecnica dell’artista rivela una cura ossessiva per il dettaglio, un omaggio alla maestria artigianale che un tempo era necessaria per produrre questi oggetti. Tuttavia, non c’è traccia di nostalgia sterile. Al contrario, si avverte una tensione verso il futuro, un desiderio di vedere come un’icona del passato possa ancora dialogare con le inquietudini del presente. L’uso sapiente della luce all’interno del percorso espositivo accentua questa sensazione, isolando i singoli pezzi come se fossero divinità silenziose, custodi di segreti che solo chi sa osservare con lentezza può sperare di intuire.



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La superficie come specchio della memoria

In realtà, l’aspetto più affascinante della ricerca condotta da Mouna Rebeiz risiede nella capacità di rendere tattile l’astrazione. Il tarbouche diventa una scusa per esplorare la texture, il peso della storia e la leggerezza dell’ispirazione. Le opere non chiedono di essere comprese intellettualmente in prima istanza; chiedono di essere percepite fisicamente. La curvatura del feltro, la profondità del rosso, l’intervento di elementi estranei che ne alterano la silhouette originale: tutto concorre a creare un’esperienza immersiva che trascende la semplice visione di una mostra d’arte.

L’esito finale di questo intervento artistico risiede nella capacità di sospendere il giudizio storico a favore di una contemplazione puramente materica. Il copricapo cessa di appartenere esclusivamente a un’epoca o a un’area geografica definita, diventando un elemento universale che sfida la sedimentazione del tempo.

Attraverso questo corpo a corpo con la tradizione, la mostra riconsegna al presente un’icona che sembrava destinata all’archivio, caricandola di una nuova e vibrante urgenza estetica. Al termine del percorso, la sensazione prevalente è quella di un incontro avvenuto tra le pieghe del feltro, dove la memoria individuale si scioglie finalmente in quella collettiva, lasciando che l’oggetto prosegua il suo viaggio metamorfico oltre le pareti del museo.



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Fonti:
i-m-magazine.com
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