Home Arte Fotografia urbana: intervista a Simone Perrone
Arte

Fotografia urbana: intervista a Simone Perrone

Simone Perrone
Condividi

C’è chi fotografa per estetica, chi per memoria, chi per mestiere.
 Simone Perrone sembra farlo per necessità. Le sue immagini abitano i margini, si fermano dove l’occhio comune sorvola: un muro scrostato, un volto stanco, un dettaglio urbano. Fotografia urbana Fotografia urbana Fotografia urbana 
È lì che si concentra il suo sguardo, in quelle pieghe dove il tempo stratifica e l’identità si frantuma e si ricompone. Fotografia urbana
La sua fotografia urbana non cerca di piacere, ma di toccare.
C’è un’urgenza silenziosa in ogni scatto, una forma di attenzione che somiglia alla cura.
Non ci sono grandi narrazioni, solo la presenza esatta delle cose così come sono — o forse, come non vogliamo più vederle.
Abbiamo immaginato un’intervista fatta di domande semplici, dirette, che rispecchiano la forza asciutta del suo lavoro. Nessuna risposta scritta: solo spazio per lasciare che siano le immagini a parlare.

Che cosa cerchi quando esci con la macchina fotografica?

Non esco con un’idea precisa in testa, tipo “oggi fotografo questo”. Guardo, osservo. Mi interessa la vita che succede così, senza chiedere permesso. A volte è un gruppo di ragazzi che si buttano in mare, altre volte un vecchio che fuma davanti a un fuoco. Sono cose che, se non le blocchi in quell’istante, passano e spariscono. Quello che cerco è proprio questo: la vita nel suo essere effimera, fragile, senza scenografie.

Come scegli cosa mostrare e cosa lasciare fuori?

La scelta è più istinto che ragionamento. Quando guardo dentro l’obiettivo, non penso mai “questo sì, questo no” in modo razionale. Anche se quel modo, comunque rispecchia un mio ordine. Mi guida quello che sento. Mostro ciò che mi arriva allo stomaco, che mi muove dentro. Quello che lascio fuori non è censurato, semplicemente non ha quella vibrazione che cerco, o dà squilibrio a quella mia idea di ordine. È come se fosse silenzioso, mentre io ho bisogno di ascoltare rumore, tensione, vita.

C’è un gesto, un dettaglio, un momento che ti fa capire che “quella” è la foto?

Sì, ed è quasi sempre qualcosa di piccolo. Non è mai la scena intera, ma un dettaglio che cambia tutto: una spalla che cade all’improvviso, una mano che stringe qualcosa, uno sguardo che si abbassa. È quel genere di momento in cui, senza che te ne accorgi, il resto del mondo smette di avere importanza. Scatti perché capisci che, se non lo fai, non tornerà più.

Che tipo di relazione cerchi con chi ritrai? Ti interessa raccontarlo o semplicemente incontrarlo?

Per me viene prima l’incontro. Non penso mai di dover raccontare tutta la vita di una persona in una foto, non avrebbe senso. Quello che voglio è restituire l’eco di quell’incontro: quello che ho sentito stando davanti a loro. A volte è un racconto, altre volte è solo un attimo che resta sospeso, come se fosse un incontro fugace per strada. Ma in entrambi i casi, c’è sempre una relazione: anche se dura un secondo, io sento di aver condiviso qualcosa con quella persona.

Come si fotografa la città senza idealizzarla né condannarla?

Vivendola. Non cercando di dimostrare niente. La città è già piena di contraddizioni, e tu non devi far altro che starci dentro. Cammini, osservi, respiri… e lei ti parla. Non la guardo mai come un’entità astratta, ma come un insieme di persone, di gesti, di odori. Non cerco di renderla bella o brutta, cerco di restituirla così come si mostra. È un po’ come quando parli di un amico: non lo idealizzi, non lo giudichi, lo racconti per come lo conosci.

Simone Perrone

I tuoi soggetti sembrano spesso stanchi, veri, a volte sospesi: che rapporto hai con la fragilità?

La fragilità per me è la cosa più interessante da fotografare. La fragilità è verità: io cerco verità. La forza la vediamo ovunque: sui social, nelle pubblicità, nei ruoli che ci costruiamo ogni giorno. Ma la fragilità… quella la nascondiamo. Io invece vado a cercarla. Mi colpisce, mi commuove, mi fa sentire parte della stessa umanità. Non è mai compassione: è riconoscimento. È come dire: “siamo tutti lì, con le nostre stanchezze e le nostre crepe”.

Che ruolo ha la luce nel tuo modo di fotografare?

La luce per me non è mai solo illuminazione. È un personaggio, quasi un attore della scena. Ci sono volte in cui la luce graffia, taglia, quasi mette a nudo. Altre volte invece carezza, consola, addolcisce. Io la seguo, mi faccio portare. A volte è la luce a scegliere per me cosa fotografare, non il contrario. È lei che decide cosa deve emergere e cosa deve restare nell’ombra.

Che ruolo ha la luce nel tuo modo di fotografare?

Restituire significa lasciare che lo spazio abbia respiro, permettere che le sue relazioni emergano
senza mediazioni forzate. Rappresentare è chiuderlo in un’unica versione, trasformarlo in
immagine compiuta e definitiva. Il mio interesse sta nel primo: restituire e lasciare aperta la
conversazione tra luogo, persone e osservatore.

Hai mai sentito di rubare qualcosa con uno scatto? E al contrario, hai mai pensato di restituire qualcosa?

Rubare sì, capita. Ci sono momenti in cui non puoi chiedere, non puoi aspettare, e scatti lo stesso. Senti che stai portando via un frammento che non ti appartiene. Però, allo stesso tempo, credo che fotografare significhi anche restituire: restituire importanza a qualcosa che altrimenti scivolerebbe via senza lasciare traccia. È come dire: “questo momento non è passato invano, io l’ho visto e ora resta qui”.

Quanto c’è del tuo quotidiano dentro il tuo archivio?

Tantissimo. Io non vado a cercare grandi viaggi o realtà lontane. Il mio archivio è fatto di persone e situazioni che potrei incontrare sotto casa. Sono pezzi della mia vita, frammenti di giorni comuni che però, alla fine, raccontano molto più di quanto pensiamo. In un certo senso, guardando il mio archivio, rivedo me stesso, il mio tempo, le persone che mi hanno attraversato.

Quando guardi le tue foto dopo mesi, cosa ti colpisce? Cosa non ti convince più?

Mi colpisce quando vedo che una foto ha ancora dentro la sua sincerità. Quando non è costruita, non è furba, allora regge il tempo. Quello che non mi convince, invece, sono le foto nate da un’idea troppo precisa, quelle in cui ho inseguito più il concetto che la vita. Quelle, dopo un po’, mi sembrano vuote, quasi finte.

Cos’è la bellezza, oggi, per te? È qualcosa che progetti o qualcosa che accade?

Per me la bellezza non si progetta mai. Non sono un designer della realtà. La bellezza accade, di colpo. Può stare in un gesto minimo, in una stanchezza sul volto, in un colore che esplode all’improvviso. Non è mai quella bellezza pulita e perfetta che ci viene venduta. È una bellezza fragile, che nasce nelle crepe, nelle dissonanze, nei contrasti.

Che ruolo ha il colore nel tuo lavoro? È linguaggio, istinto o memoria?

È tutte e tre le cose, in momenti diversi. A volte è puro istinto: scatto perché quel colore mi colpisce senza sapere perché. Altre volte è memoria: guardando una foto ricordo l’odore, la sensazione di quel giorno. E poi sì, il colore è anche linguaggio, perché cambia completamente il senso di quello che vediamo. È come la musica: puoi dire la stessa frase con due note diverse, e avrà significati diversi.

Simone Perrone non cerca di spiegare.
Preferisce osservare, restituire, lasciare spazio. La sua fotografia non alza la voce, ma resta.
È fatta di cose che sembrano minime ma che, una volta viste, non si dimenticano.

Fonti: Simone Perrone @Simone Perrone
Condividi

Scrivi un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Facebook

Articoli collegati
© Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026
ArteColore

La materia dei sogni: Dalí, la moda e l’immaginazione che prende forma

Salvador Dalí non ha mai avuto molto rispetto per i confini, che...

Grandi teli dipinti con campiture fluide multicolori sospesi lungo le pareti di una sala espositiva, con visitatori nel corridoio centrale
Arte

Katharina Grosse e il colore che invade lo spazio

Katharina Grosse lavora con il colore come se fosse una sostanza capace...

Marcel Duchamp appoggiato a un plinto con l'orinatoio Fountain firmato R. Mutt, davanti a una grande ruota di bicicletta
Arte

Marcel Duchamp 2026: l’oggetto come gesto concettuale

Marcel Duchamp non ha mai smesso di osservarci attraverso il vetro opaco...

Arte

L’arte nell’era della perfezione automatica dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale ha smesso da tempo di essere un fenomeno di frontiera....