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Spazi ibridi per abitare il presente: intervista a Miriam Mongitore

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C’è chi entra nei luoghi per disegnarli e chi per ascoltarli. Spazi ibridi Spazi ibridi Spazi ibridi
Miriam Mongitore è tra questi ultimi: non progetta stanze, ma narrazioni. Non arreda spazi, li attraversa. E con occhi attenti, con parole sottili, ne coglie i bordi, i respiri, le dissonanze.
ImmiriStudio nasce così, come una forma che contiene ciò che sfugge: gli interstizi, le mescolanze, i luoghi senza etichetta. Non è un archivio e nemmeno un portfolio. È una soglia: tra immagine e parola, tra intimità e condivisione. Spazi ibridi Spazi ibridi Spazi ibridi
Ogni racconto nasce da un incontro: con uno spazio che muta, con chi lo vive, con il tempo che lo attraversa. Miriam non osserva dall’alto, non cattura: si siede accanto, raccoglie frammenti, restituisce vibrazioni.
Scrive come si fotografa: con pudore. Fotografa come si scrive: con tensione narrativa.
E allora, in questo nostro scambio, non ci sono risposte, ma domande che fanno eco al suo stesso gesto: quello del cercare, non per spiegare, ma per restare un po’ di più.

Come si cammina dentro gli spazi ibridi che non ha nome, ma ha voce?

Con curiosità e senza una mappa precisa: è lo spazio a guidarmi. Inizio lasciandolo vivere mentre lo
fotografo, raccogliendo le prime impressioni dal suo stesso movimento. Poi passo all’ascolto di chi
lo ha pensato, e da lì intreccio i “perché” nascosti: in un angolo, in un divano, in un quadro o nella
trama più ampia della disposizione delle cose.

Come si racconta un luogo senza descriverlo, come si traduce una luce, un gesto, una distanza?

Raccontare uno spazio non significa descriverlo, ma restituire ciò che mi suscita: impressioni,
risonanze, frammenti di vissuto. Eppure queste sensazioni non nascono mai dal luogo in sé, ma
dalle persone che lo abitano. Senza la componente umana, lo spazio rischia di ridursi a un
involucro, un contenitore neutro di flussi che non lasciano traccia.

 

Spazi ibridi

 

Dove si incontrano parola e immagine, e cosa succede quando smettono di essere strumenti e diventano direzioni?

Beh, non so se arrivino davvero a diventare “direzioni”.
Per me restano strumenti, quelli che mi permettono di articolare un punto di vista e di
condividerlo. Parola e immagine nel mio lavoro procedono insieme. Se poi, per chi legge o guarda,
diventano un invito a scoprire un luogo o a soffermarsi su un dettaglio, significa che il racconto ha
trovato il suo spazio.

Che cos’è, per te, l’ibridazione? Non come concetto, ma come postura, come modo di abitare, di pensare, di sentire.

L’ibridazione è un processo che attraversa la vita quotidiana. È il modo in cui l’uomo sperimenta, si
esprime, si reinventa mescolando linguaggi e pratiche. Oggi, però, il termine rischia di diventare
un’etichetta da apporre a priori, un cliché: per me resta invece una lente per leggere la
complessità, per riconoscere che nulla si ferma a una sola forma e che ogni contaminazione porta
senso, non decorazione.

Come descriveresti il tuo lavoro?

Un’indagine personale che diventa mappa dei cambiamenti sociali che vivo in prima persona.
Alcuni spazi nascono solo per intercettare tendenze: luoghi patinati, spesso senza anima, che a
Milano trovano sempre terreno fertile perché la città non può permettersi di deludere la
domanda. Ma non è di questi che mi occupo.
Mi interessa raccontare luoghi che hanno radici, persone e ragioni concrete: spazi che cambiano
per raccontarsi o per necessità e non per estetica di superficie.

 

In che modo gli spazi (ibridi) possono diventare relazione, comunità, racconto?

Uno spazio diventa relazione quando smette di essere solo contenitore e inizia a generare incontri.
Quando smussando la funzione economica rispetto a quella sociale sostiene la fruizione degli spazi
come scambio e creazione di comunità. Diventa così racconto quando le storie che lo abitano
riescono a superare i suoi stessi confini.

Cosa significa costruire un archivio personale, soggettivo, che non documenta il già detto ma cerca il non ancora?

Non è un’analisi, ma uno sguardo.
In poche parole è un tentativo di restituire l’ibridazione così com’è: nei luoghi, nelle persone, nella
loro relazione.
È soggettivo, ma aperto alla condivisione: un invito a vedere ciò che spesso sfugge alla pratica del
consumo fine a sé stesso.

Qual è la differenza tra restituire e rappresentare per te?

Restituire significa lasciare che lo spazio abbia respiro, permettere che le sue relazioni emergano
senza mediazioni forzate. Rappresentare è chiuderlo in un’unica versione, trasformarlo in
immagine compiuta e definitiva. Il mio interesse sta nel primo: restituire e lasciare aperta la
conversazione tra luogo, persone e osservatore.

Cos’è la bellezza, oggi, per te? È qualcosa che progetti o qualcosa che accade?

Per me la bellezza vive nell’inaspettato: non si progetta ma accade e basta. È come un incontro
che non avevi previsto, un viaggio improvvisato o solo accennato. Nel progetto, invece, si ricerca
un’altra forma di bellezza, più controllata e calcolata che passa da una tinta a un materiale,
persino da un tappeto o un étagère. L’inaspettato lì è raro, perché quasi tutto deve stare sotto
controllo e nulla è a caso. Ma anche questo, paradossalmente, genera bellezza. È un concetto
ibrido, sfuggente per definizione. Ed è proprio questo che lo rende interessante, no?

Come ti approcci al mondo dei colori? C’è un colore predominante nei tuoi lavori?

Il mio rapporto con il colore non è mai stato monolitico: non ho una palette che mi rappresenta in
senso assoluto, perché ho sempre lavorato dentro contesti diversi, dove valeva la regola non
scritta “studio che vai, palette che trovi”. Il colore, per me, non è un marchio di stile da imporre,
ma un’estensione della personalità di chi abita uno spazio. È lì che prende senso, lì che si genera
differenza. Certo, se devo confessare una preferenza, amo il mix&match raffinato, capace di
raccontare più livelli di una storia. E allora un progetto può vestirsi di cromie decise e teatrali, di
pastelli rarefatti o di tonalità arabeggianti. Non c’è gerarchia, ma stratificazione. In fondo il colore
è sempre un dispositivo narrativo, un linguaggio in movimento.

Forse ImmiriStudio non è un progetto, ma un attraversamento.
Un modo per sostare nei luoghi che altri attraversano in fretta.
Uno spazio poroso, che cambia con lei, con le strade che sceglie, con gli incontri che la trovano.
In un tempo che chiede risposte veloci, Miriam coltiva la lentezza dello sguardo. Scrive per trattenere ciò che è destinato a passare. Fotografa per ricordare che anche un tavolo, una luce, un gesto possono raccontare il nostro modo di stare al mondo.
E mentre tutto muta, Miriam ascolta. E restituisce.
Senza forzature.
Come fanno certi luoghi: ti accolgono senza chiederti chi sei.

Fonti: Miriam Mongitore @immiristudio
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