Homo Faber 2026 affida la direzione artistica della sua quarta edizione a Es Devlin, con l’incarico di trasformare l’isola di San Giorgio Maggiore in An Island of Light per tutto il mese di settembre. La scelta è tutt’altro che ovvia, eppure, una volta capita, sembra inevitabile. Devlin non è una curatrice nel senso tradizionale. È un’autrice di spazi, una costruttrice di ambienti in cui la percezione del tempo rallenta e il gesto umano torna al centro della scena.
Che sia un’opera lirica alla Royal Opera House o un’installazione monumentale in un’arena olimpica, il suo metodo resta lo stesso: usare la luce per rivelare ciò che altrimenti resterebbe implicito.
È esattamente quello che serve a Homo Faber. Una biennale nata per rimettere al centro l’artigianato d’eccellenza, non come nostalgia ma come forma di intelligenza contemporanea.
Un’isola che diventa palcoscenico
La Fondazione Giorgio Cini, situata sull’isola di San Giorgio Maggiore, di fronte a Piazza San Marco, occupa un antico monastero benedettino, luogo di contemplazione e lavoro manuale da secoli. Non è una cornice neutra. I chiostri, i giardini, le sale progettate da Palladio e Longhena portano con sé secoli di stratificazione: il silenzio di chi studiava, costruiva, tramandava. In questo contesto, le installazioni di Es Devlin non competono con l’architettura. La abitano.
Devlin e il suo team costruiranno una sequenza di narrazioni spaziali attorno al lavoro e ai materiali di artigiani provenienti da tutto il mondo: ceramisti, soffiatori di vetro, tornitori del legno, artisti della carta, tessitori, fabbri, ricamatori, creatori di modelli, mosaicisti e molto altro ancora. Il loro lavoro diventa il centro di gravità di ciascun ambiente. Ritratti, video, poesia e musica ne amplificano i contesti culturali, mentre un laboratorio ricostruito rivela strumenti, materie prime e tecniche. Non una vetrina, dunque. Piuttosto un sistema di sguardi.

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Quindici installazioni, una sola domanda
Il titolo scelto per questa edizione invita i visitatori a esplorare il rapporto fondamentale tra luce, materia e mano umana: una connessione che, al cuore della creatività artigianale, esprime l’intelligenza sensibile del gesto manuale. È una formula che potrebbe sembrare astratta, eppure acquista concretezza non appena si entra nella logica di Devlin.
La luce, nei suoi lavori, non è mai decorativa. È rivelativa. Serve a mostrare la superficie di un oggetto lavorato, le imperfezioni di una ceramica, la trama di un tessuto, tutto ciò che la produzione industriale elimina e che la mano invece custodisce come firma.
Le quindici installazioni immersive esamineranno quello che l’artista descrive come il “rapporto fondamentale tra luce, materiali e lavoro”. In tre sale principali, gli artigiani dimostreranno la propria pratica dal vivo, portando processo e performance nel campo visivo del visitatore. Non spettacolo, ma testimonianza.

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Una biennale che cresce oltre l’isola
Homo Faber 2026 non si esaurisce sulle fondamenta di San Giorgio. La biennale si espanderà attraverso Venezia con Homo Faber in Città, un programma che invita i visitatori nei laboratori artigianali presenti sulla Guida Homo Faber e organizza mostre aggiuntive sul patrimonio artigianale della città. Un gesto intelligente: invece di creare un evento-bolla, la Michelangelo Foundation usa la biennale per aprire un dialogo con la città reale, con i suoi maestri vetrai, i merlettai di Burano, i restauratori e i liutai che lavorano nei campielli lontani dai percorsi turistici.
Come nelle edizioni precedenti, novanta Young Ambassadors, studenti di design e arti applicate selezionati da scuole di tutto il mondo, guideranno il pubblico attraverso le installazioni, raccontando processi artigianali e storie dei maestri. Non guide, in senso stretto, ma mediatori culturali. Figura essenziale in un evento che, per funzionare davvero, richiede uno sguardo educato alla lentezza.
Dopo Guadagnino, la scena a Devlin
Devlin riflette sul suo ruolo con queste parole: trascorrere gli ultimi trent’anni a collaborare con musicisti, coreografi, compositori, librettisti, drammaturghi e artigiani, e diventare ora co-autrice di installazioni accanto a quattrocento tra i più esperti artigiani del mondo, nei giardini e negli edifici palladiani dell’isola di San Giorgio Maggiore, è un privilegio straordinario, una grande avventura.
La dichiarazione vale come manifesto. Homo Faber 2026 non è una mostra sull’artigianato. È una mostra sull’atto di fare, che di settembre in settembre trova sempre un nuovo linguaggio per dire la stessa cosa essenziale: che la mano che lavora una materia lascia in essa qualcosa di irriproducibile, e che questo qualcosa, chiunque sappia guardare, è visibile.
Fonti:
Homo Faber, Venezia News, Design Boom
Grazie per questa bellissima proposta. Verrò a visitare la mostra 🌿