L’artista cubano Diango Hernández ha sviluppato l’Olaismo, una grammatica visiva che utilizza oggetti e colori familiari per interrogare l’utopia e la memoria. La sua opera si colloca al punto di incontro tra la critica sociale e l’estetica utopica, usando il colore e composizione per ridefinire il significato dello spazio.
Il lavoro di Diango Hernández è un esercizio costante di semantica visuale. Attraverso il concetto di Olaismo, l’artista ha costruito una grammatica che decostruisce e riassembla gli elementi della quotidianità e della memoria collettiva, portandoli in un circuito globale. Le sue sculture e installazioni non sono semplici assemblage, ma proposizioni filosofiche che utilizzano la manipolazione formale e la saturazione del colore e composizione per stimolare una riflessione profonda.
Qui a TheSignofColor, abbiamo avuto il piacere di preparare un dialogo approfondito con Hernández. Ci interessava capire la cartografia concettuale che definisce l’Olaismo, esplorando come l’artista bilanci la funzione della critica sociale con l’ambizione di un’estetica utopica. Ci immergiamo, dunque, nell’analisi di come un oggetto familiare, manipolato dal pigmento, possa generare una nuova “memoria visiva” e quale ruolo l’errore tecnico gioca nel dare forma all’utopia. Di seguito, le domande che guideranno la nostra conversazione.
* L’intervista che segue è stata condotta in lingua inglese e tradotta editorialmente per il pubblico di TheSignofColor.
1. L’Olaismo è definito come una nuova grammatica visiva. Se ogni oggetto o colore nelle tue opere è una parola, qual è l’affermazione filosofica che definisce la tua arte?
– Diango Hernández: «Se l’Olaismo è un linguaggio, allora la sua grammatica è il movimento. Ogni oggetto, ogni colore, ogni linea distorta è una “parola-onda”, qualcosa che è in un processo continuo di trasformazione. L’affermazione filosofica che sta dietro la mia arte è semplice: la realtà non è fissa, è elastica. Cerco di mostrare che il mondo che abitiamo: personale, politico, emotivo, può essere piegato, ammorbidito, rifratto, reimmaginato. L’Olaismo è il rifiuto di accettare la linea retta della storia. È la convinzione che una nuova forma di chiarezza inizi esattamente là dove appare la distorsione. Dipingere significa ridisegnare il possibile.»

2. L’utopia e l’estetica si incontrano nel tuo lavoro. Credi che l’arte e il design abbiano ancora la responsabilità, o il potere, di progettare mondi migliori o debbano limitarsi a riflettere quelli esistenti?
– Diango Hernández: «L’arte e il design non sono mai stati osservatori neutrali. Sono strumenti per costruire e alterare la realtà. Nel momento in cui pretendiamo che debbano “solo riflettere”, rinunciamo al loro potenziale trasformativo. Ma non credo più nell’utopia come un luogo che dobbiamo raggiungere; credo nell’utopia come un metodo, un processo continuo di aggiustamento di forme, colori e idee fino a quando non iniziano a risuonare con i nostri desideri più profondi.
Quindi sì, l’arte può ancora progettare mondi migliori — non offrendo risposte definitive, ma aprendo nuove stanze all’interno della nostra immaginazione, dando forma a futuri che non abbiamo ancora osato articolare. Ogni opera d’arte è un prototipo di un mondo che potrebbe esistere.»

3. Puoi descriverci un momento in cui un errore nel processo tecnico o costruttivo ti ha aperto una strada creativa che non avevi previsto?
– Diango Hernández: «Non credo negli errori. Quello che molte persone chiamano “errore” è, per me, semplicemente un momento in cui l’opera rivela un percorso che non avevo ancora visto. Tutto ciò che accade durante il processo — ogni scarto, deviazione o irregolarità — fa parte di qualcosa di più grande e di molto più complesso.
C’è sempre un’intelligenza all’interno del materiale, dentro la forma, nel gesto. Quando qualcosa di inaspettato appare, non lo correggo: lo ascolto. A un certo punto, l’opera sa più di quanto ne sappia io. Il mio compito non è controllare, ma riconoscere quando l’opera mi sta guidando verso una nuova direzione.
In questo senso, non esistono errori: esistono solo rivelazioni.»

4. Le sue opere spesso giocano sull’ambiguità: usano forme e oggetti familiari, ma li manipolano visivamente attraverso il colore o la composizione. In che modo questa trasformazione materica e visiva influisce sulla percezione dello spazio? Cerca di creare un’interruzione, un’estensione o una nuova “memoria visiva” dell’ambiente stesso?
– Diango Hernández: «Lavoro con l’ambiguità perché destabilizza la certezza. Quando un oggetto familiare diventa fluido o leggermente sbilanciato, lo spettatore è costretto a rinegoziare la propria relazione con lo spazio.
Non sono interessato a interrompere la realtà; mi interessa ammorbidirla, darle un altro ritmo. Quello che cerco è un’estensione — una nuova “memoria visiva” che sovrascriva quella vecchia senza cancellarla.
Quando l’occhio non riesce immediatamente a classificare ciò che vede, si apre un nuovo spazio all’interno dell’osservatore. Il mio lavoro si colloca in quell’intervallo, su quella linea sottilissima tra il riconoscimento e l’astrazione.»

5. Ritiene che la sua arte abbia avuto un impatto sul modo in cui l’identità cubana viene percepita nel circuito artistico globale, o il suo obiettivo è trascendere quel confine?
– Diango Hernández: «L’identità entra nel mio lavoro come il mare entra in una casa: non invitata ma inevitabile.
Non cerco di rappresentare Cuba; cerco di rappresentare l’immagine residua che Cuba ha lasciato in me – le distorsioni, le onde, gli echi. Se questo contribuisce a espandere il modo in cui l’identità cubana è percepita a livello globale, lo accolgo.
Ma il mio obiettivo non è mai stato quello di essere contenuto dalla geografia. Credo profondamente che l’arte diventi universale solo quando smette di spiegare sé stessa attraverso la nazionalità. Lavoro da Cuba, non su Cuba. Questa differenza è essenziale.»

6. Se potesse dare un consiglio non convenzionale a un giovane artista che cerca di unire arte e critica sociale in modo efficace, quale “regola” o approccio dovrebbe adottare?
– Diango Hernández: «Dimentica il “denunciare”. Il mondo sa già cosa non funziona. Invece, crea forme che seducano la realtà a rivelarsi. La critica non è urlare; è sussurrare qualcosa di così preciso che la struttura comincia a tremare.
Il mio consiglio è: Sii poetico prima di essere politico. Il gesto più radicale è creare una bellezza che corrompa la menzogna, una forma che renda il mondo esistente insufficiente. La critica sociale diventa potente quando è inseparabile dal desiderio.»
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