Torniamo per un momento al 1599. Sul palcoscenico del Globe Theatre di Londra, William Shakespeare mette in scena per la prima volta il Giulio Cesare. Tra i personaggi compare una figura destinata a diventare immortale: l’aruspice Spurinna, colui che avverte Cesare del pericolo imminente con una frase passata alla storia: “Guardati dalle Idi di marzo.”
Cesare ascolta, ma non crede.
E il resto è una delle pagine più celebri della storia occidentale.
Da quel momento, la figura dell’indovino attraversa i secoli. Viene dipinta, raccontata, reinterpretata da scrittori, artisti e registi. Ma è nel 2022 che questa storia trova una nuova forma grazie all’artista libanese Mouna Rebeiz, che presenta alla Biennale di Venezia, nel Padiglione della Repubblica di San Marino, un’installazione intitolata The Soothsayer.
Oggi, quattro anni dopo, quell’opera cambia lingua, spazio e significato.

Image credits: Mouna Rebeiz
Dal 16 settembre al 13 dicembre 2026, arriva al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia con un nuovo titolo, L’indovino, a cura della critica d’arte Roberta Semeraro, trovando forse il luogo più naturale in cui potesse essere esposta: il museo che custodisce la memoria della civiltà etrusca e di quei sacerdoti che, attraverso il volo degli uccelli o l’osservazione dei visceri degli animali sacrificati, cercavano di leggere il futuro.
Non si tratta semplicemente di una mostra trasferita da una città all’altra.
È un’opera che cambia profondamente significato.
A Venezia dialogava con l’architettura essenziale di una navata, lasciando spazio a una riflessione quasi sospesa sul destino e sulla profezia. A Roma, invece, entra in relazione diretta con reperti archeologici, iscrizioni e testimonianze che raccontano proprio quella cultura da cui nasce la figura di Spurinna. È in questo scarto che si misura il lavoro curatoriale di Semeraro: non un semplice riallestimento, ma la scelta di far reagire l’opera con il contesto che la ospita.
L’installazione smette così di essere soltanto un’opera contemporanea ospitata in un museo e diventa un interlocutore della storia. È come se il passato e il presente iniziassero finalmente a parlarsi.

Image credits: Mouna Rebeiz
Mouna Rebeiz e il potere dello specchio
Nata a Beirut e attiva tra Europa e Medio Oriente, Mouna Rebeiz sviluppa da anni una ricerca che intreccia spiritualità, simbolismo e memoria collettiva. Il suo lavoro non cerca risposte definitive, ma costruisce spazi in cui il visitatore è invitato a interrogarsi sul proprio rapporto con il tempo, il destino e la conoscenza.
Per questa installazione sceglie un linguaggio semplice e al tempo stesso sorprendente.
I ventidue Arcani Maggiori dei Tarocchi non sono dipinti su tele tradizionali, ma su grandi superfici specchianti. La scelta del materiale cambia completamente il modo di vivere l’opera.
Davanti a ogni carta non osserviamo soltanto un simbolo: vediamo anche noi stessi. Il nostro volto si sovrappone all’immagine, la nostra presenza entra nella composizione.
È un gesto apparentemente semplice, ma ricco di implicazioni. Lo specchio elimina la distanza tra opera e spettatore. L’indovino non parla più a qualcuno: parla con qualcuno. In questo modo la profezia perde ogni carattere assoluto. Non è più un messaggio calato dall’alto, ma una domanda aperta.
La risposta non si trova nella carta.
Si forma nello sguardo di chi la osserva.
Anche il colore e la luce diventano parte integrante dell’opera. Le superfici riflettenti catturano i movimenti dei visitatori, modificano continuamente la percezione dello spazio e trasformano ogni incontro in un’esperienza diversa. Nessuna visione è identica alla precedente, perché cambia chi guarda.

Image credits: Mouna Rebeiz
Dagli aruspici agli algoritmi
C’è un altro elemento che rende questa mostra sorprendentemente attuale. Gli etruschi cercavano il futuro osservando i segni della natura. Oggi consultiamo dati, statistiche e algoritmi. Sono cambiati gli strumenti, ma non il bisogno.
Anche nel XXI secolo continuiamo a interrogare ciò che non conosciamo, affidandoci a sistemi sempre più sofisticati per prevedere il clima, i mercati finanziari, le epidemie o perfino i nostri comportamenti.
L’indovino mette in dialogo questi due mondi: non contrappone superstizione e tecnologia, ma mostra quanto entrambe nascano dalla stessa esigenza profondamente umana: trovare un ordine nell’incertezza.
La domanda che attraversa tutta l’installazione è semplice quanto universale: se qualcuno ci mostrasse davvero il futuro, saremmo disposti ad ascoltarlo? Oppure continueremmo a fare ciò che fece Cesare?
In questo percorso assume un significato particolare anche il dialogo con la Tomba François di Vulci, recentemente acquisita dallo Stato italiano, dove compaiono figure come Cassandra e Anfiarao, entrambe legate al tema della profezia e del destino.

Image credits: Mouna Rebeiz
Un’esperienza che coinvolge tutti i sensi
Il percorso espositivo prosegue oltre le sale dedicate ai Tarocchi.
Nel Ninfeo, costruito sopra un antico acquedotto romano, compare la carta della Temperanza, simbolo di equilibrio e trasformazione. Qui l’acqua diventa protagonista di un’esperienza immersiva accompagnata da pittura e musica ispirate a Mythodea di Vangelis, la composizione realizzata per accompagnare la missione della NASA dedicata all’esplorazione di Marte.
È un passaggio suggestivo, che unisce la ricerca dell’acqua sul pianeta rosso al bisogno, profondamente umano, di cercare nuove forme di vita e nuovi significati.
L’ultima tappa conduce invece nella Sala dello Zodiaco, dove la riflessione si sposta sul presente e sul futuro del nostro pianeta, affrontando temi come la sostenibilità ambientale e il risparmio delle risorse energetiche.
Anche fuori dal museo il percorso continua; alcune opere saranno infatti installate negli spazi pubblicitari della città, portando l’immaginario dei Tarocchi dentro la quotidianità urbana e trasformando cartelloni e vetrine in occasioni di riflessione.

Image credits: Mouna Rebeiz
Una domanda che attraversa i secoli
La forza di questa mostra non risiede tanto nei Tarocchi, né nella loro possibile interpretazione. Sta nella domanda che lascia sospesa.
Dal teatro di Shakespeare fino agli algoritmi dell’intelligenza artificiale, l’essere umano continua a interrogare il futuro con strumenti diversi, ma con la stessa inquietudine. Forse è proprio questo il filo invisibile che lega Spurinna, Shakespeare, Mouna Rebeiz e Villa Giulia.
Dopo oltre duemila anni, la vera domanda non è se il futuro possa essere previsto.
È se, questa volta, saremmo davvero capaci di ascoltarlo.
Leggi anche: Mouna Rebeiz e la nuova vita del tarbouche a Venezia, la personale a Palazzo Mocenigo, aperta fino all’8 novembre 2026. Per qualche settimana sarà possibile vedere entrambe le mostre.
Fonti:
Museo Etru,Mouna Rebeiz
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