Viviane Sassen porta in Italia la sua mostra più ampia di sempre, e lo fa con un titolo che è già poesia visiva: This Body Made of Stardust. Ospitata alla Collezione Maramotti, in occasione della XX edizione del festival Fotografia Europea, l’esposizione attraversa vent’anni di ricerca visiva, selezionando oltre cinquanta fotografie e un’opera video, accanto a sei nuovi collage realizzati per l’occasione. Il corpo, in queste immagini, non è mai semplice corpo: è reliquia, crisalide, oggetto celeste. Tutto si muove in un equilibrio precario tra eros e dissoluzione, in un dialogo costante tra ciò che vediamo e ciò che resta invisibile.
Il colore come carne, l’ombra come pensiero
Guardare un’opera di Viviane Sassen significa accettare di non avere certezze. Il suo universo visivo è costruito per negazioni: figure frammentate, pose ambigue, dettagli sottratti alla narrazione esplicita. La luce, anziché svelare, vela. L’ombra diventa sostanza psichica, simbolo di paure e desideri nascosti. Non c’è fotografia che non sia anche costruzione: pittura, collage, inchiostro, graffio. Ogni immagine è il risultato di una stratificazione tecnica e simbolica, un palinsesto materico in cui convivono forme geometriche, colori saturi e tensioni organiche. In questo senso, Sassen è meno fotografa che alchimista: trasforma pigmenti e pixel in pelle, movimento, sguardo.
Il vero soggetto della mostra non è mai un singolo corpo, ma l’idea stessa del corpo come luogo. Un luogo di passaggio, vulnerabile, fertile. Da sempre affascinata dalla fisicità, Sassen lavora sul corpo come uno scultore sulla creta: lo piega, lo occulta, lo riduce a linea, a pattern, a pura astrazione. Non sorprende che molte opere siano nate in relazione con le sculture presenti nella collezione permanente della Maramotti – da TARWUK a Kaikkonen – in un dialogo che mescola memoria, simbologia funeraria e riflessione sull’identità. Il percorso espositivo non segue una narrazione lineare: si muove per intuizioni, richiami formali, contrasti. Sassen stessa lo definisce un montaggio visivo, una forma di scrittura istintiva che rispecchia il suo modo di comporre immagini e libri.
Memento mori: la bellezza dell’impermanenza
Fin dall’inizio, l’opera di Sassen è attraversata da una sensibilità profonda verso la caducità.
Figlia di un medico e cresciuta tra i rituali visibili della morte in Kenya, l’artista ha sviluppato presto una consapevolezza dolorosa dell’impermanenza. La perdita del padre, vissuta in adolescenza, segna un punto di svolta nella sua poetica. Ma il suo memento mori non è mai cupo: è luminoso, fertile, intriso di meraviglia. I nuovi collage creati per la mostra – sei grandi tavole che evocano bozzoli, gusci, semi, tombe – sono sintesi perfetta di questa visione. In queste forme c’è vita che preme per uscire e decomposizione che genera nuova materia. È il ciclo biologico del tempo, letto attraverso il filtro di una mente che unisce l’occhio clinico dell’osservatore al cuore irrazionale dell’artista.
This Body Made of Stardust è molto più di una mostra fotografica: è un’esperienza emotiva, percettiva, quasi sensoriale. Viviane Sassen ci invita a esplorare uno spazio in cui il visibile e l’invisibile si inseguono, dove il corpo diventa simbolo, enigma e paesaggio interiore. Tra fotografia, installazione e pittura, il suo linguaggio muta senza mai perdere intensità. E ci ricorda, in fondo, ciò che siamo: materia effimera, polvere di stelle, immagini in trasformazione. Viviane Sassen Viviane Sassen Viviane Sassen

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