In un tempo che chiede velocità e leggerezza, il lavoro di Domenico Guardiani si sottrae, con pazienza, alla fretta.
Le sue forme sono essenziali, le superfici crude o smaltate raccontano una presenza che non ha bisogno di parole. I suoi oggetti abitano lo spazio con equilibrio e intenzione, lasciando spazio al vuoto. Domenico Guardiani Domenico Guardiani
Lo abbiamo intervistato per esplorare l’origine di questo linguaggio fatto di gesto, materia e attesa.
Domenico, qual è la scintilla che ti ha portato alla ceramica? C’è un momento in cui l’incontro con la materia ha segnato una scelta, una direzione? Ci racconti quando e come hai capito che sarebbe diventata il tuo mestiere?
Piuttosto che una scelta immediata il mio avvicinamento alla ceramica è stato graduale e inizialmente mosso da una curiosità verso le possibilità che la ceramica offre dal punto di vista funzionale ed estetico. Ho iniziato ad esplorare questo materiale modellando piccole sculture con la creta e subito dopo ho deciso di seguire un corso di ceramica perché ero interessato a realizzare oggetti d’uso, in particolare ero attratto dalla lavorazione al tornio e dalla pittura della maiolica.
Ho seguito per alcuni mesi un corso da Ceramiche Liberati che mi ha fatto capire meglio tutte le fasi di lavorazione degli oggetti in ceramica, dalla foggiatura al tornio alla decorazione con smalti e ossidi alla cottura finale. L’esperienza di queste lezioni mi ha invogliato a comprare un tornio e dopo diversi mesi di pratica ho deciso che sarebbe stato possibile aprire un laboratorio a Pescara, colmando in un certo senso un vuoto dato che i laboratori di ceramica nella mia città e dintorni sono veramente rari. Ora sono passati una decina di anni dagli inizi, il laboratorio continua a sfornare sempre nuovi lavori e credo che quell’intuizione sia stata giusta.
Come descriveresti il tuo lavoro a chi non l’ha mai visto? E come descriveresti lo spazio in cui crei, lo studio come ambiente mentale e fisico?
Lo studio in cui lavoro è una stanza che contiene l’essenziale per lavorare l’argilla: un tornio, un forno, un tavolo per impastare e altri 2 tavoli per gli oggetti in lavorazione e gli attrezzi, è praticamente un laboratorio a vista in cui si possono osservare tutte le fasi di lavorazione dalla strada, un luogo abbastanza singolare…spesso i passanti si fermano a curiosare, soprattutto i bambini! Adiacente al laboratorio c’è il negozio con l’esposizione dei lavori finiti e pronti per la vendita. Penso che lo studio sia un ambiente in un certo senso distante dal tempo presente, escludendo l’utilizzo dell’elettricità per il tornio, il forno e l’illuminazione, tutto il resto potrebbe appartenere anche ad un passato lontano: l’argilla, i gesti e le ceramiche in lavorazione o anche finite. È anche un luogo silenzioso, privo di ritmi frenetici e piuttosto isolato dalla confusione dell’ambiente urbano circostante, un luogo che favorisce la creazione e la riflessione.

Nel guardare le tue opere, ci si interroga su cosa venga prima: l’idea o la materia. La forma nasce da un disegno, da un’intuizione visiva o dal gesto stesso? Quanto c’è di progettuale e quanto di istintivo in quello che fai?
Nel mio modo di lavorare quasi sempre l’idea e l’immaginazione vengono prima della materia, anche se è vero che a volte è la materia stessa a stimolare nuove idee per forme o collezioni di vasi. Una varietà di argilla con una grana e un colore particolare può portare a delle scelte che influenzano la forma e l’estetica di alcuni vasi. Anche una combinazione di colori o smalti può stimolare l’uso di determinate forme. Partire dai materiali, scegliendo accuratamente vari tipi di impasti di argilla e smalti e cercare di ottenere la migliore interazione possibile tra questi è un principio importante per il mio lavoro. Quasi sempre riporto l’idea iniziale su carta a matita con appunti su misure e colori, oppure con la stilografica, inchiostri e acquarelli disegno le forme, valuto meglio le proporzioni, sviluppo temi e variazioni su quelle forme, è un procedimento calcolato ma anche istintivo. Un’improvvisazione sulle forme, sui colori e sulle possibilità della materia.
Condividi il tuo quotidiano con un materiale antico, che reagisce al calore, all’acqua, al gesto. Cosa ti affascina dell’argilla rispetto ad altri materiali?
Penso che le infinite possibilità che questo materiale offre al progettista o artista e la componente funzionale degli oggetti in ceramica siano le caratteristiche che mi attraggono di più, mi stimolano ad approfondire sempre di più la moltitudine di tecniche e lavorazioni. È un materiale che può essere umile come la terracotta ma anche prezioso e raffinato come la porcellana. Terracotta, gres e porcellane sono tutti materiali che prendono nome di ceramica ma anche molto diversi tra loro per caratteristiche, sicuramente esplorarne le possibilità è una delle ricerche più affascinanti per il ceramista.
Oltre all’argilla c’è poi un attrazione forse ancora maggiore per lo smalto; studiare e ricercare nuovi smalti, texture e superfici aggiunge un ulteriore interesse verso questo materiale. Le possibilità creative si moltiplicano e la materia diventa veramente preziosa: alcuni smalti sono davvero bellissimi, quasi delle gemme fuse sulla ceramica. Tra l’altro anche chimicamente ci sono alcune affinità tra pietre preziose e smalti ceramici, è una cosa che mi affascina molto ed un campo di ricerca sconfinato.
Che posto hanno l’imprevisto, l’errore, la fragilità?
Tendo a ridurre imprevisti ed errori, se si pratica quest’arte come mestiere mi sembra abbastanza evidente perché. Nonostante tutte le attenzioni rivolte alla preparazione degli oggetti nelle varie fasi di modellazione, rifinitura e smaltatura, una buona percentuale di imprevisti è sempre presente ed è legata soprattutto alla cottura delle ceramiche. Ogni oggetto viene cotto due volte e tra l’argilla cruda e l’oggetto finito ci sono 1250 gradi C di differenza, è inevitabile che le altissime temperature del forno trasformano e alterano significativamente le ceramiche.
Gli smalti fondono e a volte colano in modo incontrollato rovinando i vasi, rompendoli anche, i colori si trasformano completamente…un rosa diventa blu cobalto, un grigio chiaro cambia in turchese, colori che hanno tonalità pastello prima della cottura diventano saturi e brillanti dopo. Anche le forme si alterano deformandosi leggermente e perdendo un po’ di volume. L’imprevedibilità di queste trasformazioni aggiunge fascino al processo e può avere un ruolo ambivalente per il ceramista: a volte può rovinare un manufatto ma altre volte lo impreziosisce, gli dà un carattere particolare ed unico e può portare a nuove scoperte e ricerche.
Hai sviluppato una tecnica che ti rappresenta o ti piace cambiare metodo ogni volta?
Lo studio in cui lavoro è una stanza che contiene l’essenziale per lavorare l’argilla: un tornio, un forno, un tavolo per impastare e altri 2 tavoli per gli oggetti in lavorazione e gli attrezzi, è praticamente un laboratorio a vista in cui si possono osservare tutte le fasi di lavorazione dalla strada, un luogo abbastanza singolare…spesso i passanti si fermano a curiosare, soprattutto i bambini! Adiacente al laboratorio c’è il negozio con l’esposizione dei lavori finiti e pronti per la vendita.
Penso che lo studio sia un ambiente in un certo senso distante dal tempo presente, escludendo l’utilizzo dell’elettricità per il tornio, il forno e l’illuminazione, tutto il resto potrebbe appartenere anche ad un passato lontano: l’argilla, i gesti e le ceramiche in lavorazione o anche finite. È anche un luogo silenzioso, privo di ritmi frenetici e piuttosto isolato dalla confusione dell’ambiente urbano circostante, un luogo che favorisce la creazione e la riflessione.
Come scegli texture, smalti, superfici? Sono scelte visive, sensoriali o concettuali?
Anche per le superfici ho sviluppato un repertorio costantemente in espansione di possibilità, le scelgo principalmente in base a scelte visive e sensoriali.

Molti tuoi oggetti si muovono tra funzione e astrazione. Che importanza ha per te l’utilità? E come vedi il confine tra arte e design?
La realizzazione di oggetti d’uso è una cosa abbastanza complicata per il ceramista perché implica tutta una serie di accorgimenti che possono riguardare il tipo di argilla da utilizzare, la forma, la distribuzione del peso, la comodità di utilizzo dell’oggetto, l’equilibrio e stabilità, la sicurezza e durabilità del materiale e molte altre questioni tecniche, inoltre aggiungere una componente artistica ed originale ad un oggetto d’uso diventa ancora più complicato, a volte può essere anche controproducente. Si possono creare oggetti artistici ma che sono scomodi da usare, poco pratici.
Tendo a considerare l’arte e il design come cose abbastanza separate. Nella mia produzione preferisco nel caso di oggetti d’uso come tazze, ciotole, contenitori, piatti porre l’accento sull’utilità, scegliere forme semplici adatte alla funzione e impreziosirle con l’uso del colore e dello smalto. Nel caso di vasi o di oggetti d’arredo il ventaglio di possibilità è molto più ampio, utilizzo oltre alle forme essenziali composizioni più articolate, aggiunta di molte anse, superfici più materiche, anche ruvide o nude senza lo smalto per ricercare un carattere scultoreo e un’espressività diversa.
Quali sono i tempi del tuo lavoro? C’è una fase — tra modellazione, essiccazione, cottura — che senti più tua?
I tempi per ottenere un oggetto finito sono abbastanza lunghi, tra la fase di ideazione e l’apertura del forno con l’oggetto smaltato finito passano circa tre o quattro settimane, il processo poi si ripete, è ciclico, i tempi sono vincolati oltre che dall’asciugatura dell’argilla e dalle varie fasi di rifinitura e decorazione anche dal caricamento del forno. Le fasi che preferisco sono la fase iniziale di progettazione, quando ho il foglio bianco davanti e inizio a progettare nuovi oggetti e la fase finale, quando apro il forno e li vedo finiti. Forse la fase di lavorazione al tornio la sento più mia, ma anche la pittura…è difficile scegliere, mi piace tutto il processo!
Come nasce una collezione? Parte da un’immagine, da un tema, da un bisogno? Oppure lasci spazio a una costruzione più spontanea?
Può nascere da diversi stimoli, mi piace avere una varietà di stili diversi disponibili in negozio, alcuni con forme e decori tradizionali, altri più moderni, porto avanti una produzione eclettica e le collezioni e stili che propongo penso che rispecchiano questo interesse per tecniche e materiali diversi. Preferisco alternare periodi in cui mi sento più vicino a decorazioni tradizionali ispirate a ceramiche antiche ad altri più ispirati alla ceramica orientale o Liberty. È un modo molto libero di procedere, seguo l’ispirazione del periodo, mi piace questa varietà e credo di lavorare meglio così.
Nel tuo lavoro si avverte una sensibilità verso lo spazio. Cosa ti ispira di più: il paesaggio naturale, quello urbano, l’architettura?
Il contesto in cui vivi entra nelle forme che realizzi?
Vivo in un contesto urbano ma il paesaggio naturale ha sicuramente un’influenza maggiore: i colori del mare, l’aspetto e le venature di formazioni rocciose, di terre e montagne vengono spesso evocati attraverso i miei lavori, credo anche che esporre queste ceramiche in contesti urbani per contrasto le faccia risaltare di più e l’aspetto organico che le rende quasi simili a creature risulta ancora più evidente.
Ci sono artisti, ceramisti o designer che consideri punti di riferimento? Oppure ti senti più affine a figure che lavorano in ambiti diversi, come l’arte o l’architettura?
Ho molti punti di riferimento, tra i ceramisti probabilmente Bernard Leach è stato uno dei principali, la lettura del suo libro è stata illuminante e formativa nei primi tempi in cui ho iniziato ad appassionarmi alla ceramica. Tra i progettisti direi Piero Fornasetti, ho il catalogo completo dei suoi lavori e sicuramente è una grande ispirazione per eclettismo e genialità. Oltre a questi mi ispirano gli artisti del Rinascimento, dell’Art Nouveau e l’Arte Folk spesso prodotta da artigiani anonimi del passato.
Hai mai collaborato con altri creativi o brand? Che cosa cerchi in una collaborazione? Se potessi scegliere chiunque, con chi ti piacerebbe lavorare?
Capita raramente di collaborare perché tra la gestione del negozio, ordinazioni, produzione e corsi di ceramica non ho molto tempo da dedicare ad altri progetti. Credo comunque che le collaborazioni siano importanti, infatti alcuni dei vasi migliori li ho realizzati insieme a Clara Holt. È una collaborazione molto stimolante: valutiamo insieme le tematiche delle opere, le forme e le decorazioni, abbiamo gli stessi gusti e una visione molto simile. Clara si occupa della parte decorativa ed io preparo le forme, valorizzando in questo modo ciò che ci riesce meglio fare.
La tua ceramica può essere vista come un gesto di resistenza al consumo veloce?
Piuttosto che un gesto di resistenza la considero un’alternativa opposta alla produzione industriale soprattutto quella di bassa qualità realizzata con materiali scadenti e finiture e decorazioni approssimative. La produzione del laboratorio prevede l’uso materiali resistenti come il gres e la porcellana e un’attenzione particolare nelle lavorazioni e finiture. Sono ceramiche progettate per resistere nel tempo e per essere apprezzate con l’uso.
Che ruolo ha, per te, il vuoto, l’imperfezione, la sottrazione?
Sono tre categorie che gli artisti orientali hanno saputo indagare in profondità, penso che abbiano un ruolo importante negli artisti che apprezzo e anche in una parte della mia produzione. Tuttavia, l’horror vacui, la perfezione e l’aggiunta, l’accumulo barocco hanno importanza forse anche maggiore nel mio modo di lavorare…c’è in molti lavori un bisogno di riempire tutto lo spazio con colori e decorazioni, oppure la ricerca di forme pure perfette, ricerca di entelechia; un accumulo di numerose varianti nella forma e di variazioni sul tema.
Il colore, nella tua produzione, è presenza e assenza allo stesso tempo. Il tuo bianco non è mai neutro, ma sensoriale. Che ruolo ha il colore – o la sua assenza – nella tua ricerca visiva? C’è un colore che senti come tuo, ossessivo o protettivo, quasi familiare?
Il colore ha un ruolo importantissimo nella mia ricerca, mi affascina tutto lo spettro cromatico e anche la possibilità e le difficoltà tecniche di realizzarlo in ceramica con l’uso degli smalti. Trovo interessante sia l’effetto che il colore può produrre sull’umore e quindi gli aspetti psicologici del colore, sia il lato estetico, la preziosità e la bellezza degli smalti colorati che rivestono le ceramiche. I colori che sento più vicini sono verdi, azzurri e blu, non li sento ossessivi o protettivi ma evocativi, li accosto ai riflessi del mare.
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